A QUANDO I CONTAINER COME CASE?

A QUANDO I CONTAINER COME CASE?

Ha fatto discutere in questi giorni la scelta della città di Barcellona di utilizzare container come abitazioni per rispondere all’emergenza casa.
Scelta che sorprende ancor di più se si pensa che Barcellona è, tra le città europee, quella che negli anni più ha cercato di rispondere alla domanda di abitazioni a basso costo per le fasce più deboli della popolazione.
Lo ha fatto introducendo regole più stringenti per gli affitti brevi, tra l’altro soggetti all’aliquota fiscale più elevata sulla proprietà immobiliare.
E lo ha fatto, forse prima tra le città europee, prevedendo l’esproprio per gli appartamenti di proprietà delle finanziarie lasciati vuoti e sfitti per troppo tempo (misura che viene sperimentata concretamente in questi mesi).
L’attrattività della città per i turisti vecchi e nuovi ha gonfiato a dismisura la bolla immobiliare, espellendo le fasce più deboli della popolazione dalla città e trasformando i quartieri più noti in luoghi della movida perenne.
Eppure, nonostante tutti gli sforzi fatti e in corso, è costretta a proporre i container come alloggio temporaneo per le tante famiglie sfrattate o che non possono (più) permettersi di pagare un affitto
La scelta (rassegnata?) di Barcellona non può lasciare indifferenti, soprattutto a Milano dove l’emergenza c’è, eccome, e dove i fenomeni che più complicano l’accesso alla casa sono in crescita: affitti temporanei legati alla crescita della città tra le mete turistiche, aumento degli studenti fuori sede grazie a un’offerta universitaria di qualità elevata, sfruttamento abitativo delle fasce più marginali della popolazione, aumento vertiginoso del valore degli immobili).
E allora Milano rischia di trovarsi di fronte a un bivio, o forse già lo è: scegliere se diventare la città dei ricchi, e espellere chi non si può (più) permettere una casa in città, o intervenire – rapidamente – su tutte le leve che favoriscono l’accesso alla casa, riconoscendo nei fatti l’abitare come un diritto fondamentale dei cittadini.
Più case popolari e un accesso più rapido alle stesse, rafforzamento dell’offerta di edilizia sociale, contenimento del caro affitti con la valorizzazione di Milano abitare e la collaborazione strutturale con gli operatori del settore…
E intanto, diversificare il mix abitativo dei quartieri, in controtendenza con la scelta (per altro recentemente confermata) di Regione Lombardia di dismettere il proprio patrimonio immobiliare residenziale nei quartieri più centrali; sostenere e diversificare i percorsi di emancipazione del bisogno abitativo, in coerenza con la strategia, più volte ribadita dall’assessore Rabaiotti, di considerare la casa popolare come un servizio; senza però abbandonare chi, avendo perso i requisiti perché sta meglio, esce dalle case popolari
Insomma sono tante le cose che si possono fare, e sono tante le cose che Milano ha già cominciato fare.
Serve accelerare e serve, probabilmente, intervenire fin da subito su quei fenomeni, come il proliferare incontrollato degli affitti brevi e lo sfruttamento abitativo nei quartieri più fragili, riducono al lumicino l’offerta di case in affitto a prezzi accessibili per chi ha un lavoro normale.
L’auspicio è che, in questa nuova stagione di governo in cui la lotta all’emergenza abitativa è ormai (finalmente…) programma di governo, Milano possa avere quelle risorse e quegli strumenti in più senza i quali affrontare l’emergenza casa, pur con la massima determinazione, è come svuotare il mare con un cucchiaino.

Elena Comelli

Ti potrebbero interessare