ALL’INIZIO…

ALL’INIZIO…

Provo a spiegarla così. All’inizio nessuno di noi forse si è reso conto davvero di quello che stava succedendo.
Abbiamo assistito con un po’ di scetticismo alle misure che venivano messe in atto per contenere, e successivamente per rallentare, il contagio.
Perché in fondo (e per fortuna) il concetto di epidemia è un concetto lontano dalla nostra esperienza quotidiana: ne leggiamo sui libri di storia o nelle cronache da paesi lontani che possiamo, forti del nostro sviluppo economico e tecnologico, considerare come altro da noi.
E invece questa volta tocca a noi.
Ed è vero che se si è giovani e in buona salute gli effetti di un eventuale contagio saranno probabilmente poco impattanti, ma è anche vero che appunto per questo, abbiamo il dovere di proteggere con comportamenti responsabili chi è in questo momento più fragile: gli anziani, le persone con altri problemi di salute, le persone immunodepresse, ecc.
Dobbiamo tutelare gli operatori sanitari, mettendoli nelle condizioni migliori per affrontare l’epidemia: che vuol dire sicuramente assumere più personale (ma il personale neoassunto poi va anche adeguatamente formato, e non è una cosa che fai in due giorni), ma anche mettere in atto tutte le precauzioni per ridurre le occasioni di contagio e quindi di sovra-affollare i reparti.
C’è bisogno di un’assunzione di responsabilità collettiva: dobbiamo essere tutti consapevoli di quanto siamo interconnessi e di quanto i singoli comportamenti, nel bene e nel male, possano far pendere l’ago della bilancia da un lato o dall’altro.
Bisogna interiorizzare la consapevolezza che la massima tutela del singolo è garantita dalla massima tutela della comunità e viceversa: perché da un lato meno casi ci sono in giro, meno ho la possibilità di ammalarmi, dall’altro, meno vado in giro e meno, se per n ragioni ho contratto il virus ma non so di averlo (e vi assicuro che può capitare a chiunque), rischio di contagiare altri.
E chissà che da questa situazione non venga fuori un rinnovato senso di appartenenza ad una comunità.
Perché “nessuno si salva di solo” mai come in questo caso, tutto è fuorché una frase fatta.

Daniela Pistillo

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