Altenranza scuola-lavoro, non sfruttamento

Altenranza scuola-lavoro, non sfruttamento

Caro Alessandro Maggioni, è molto bello il racconto di come tu fin da piccolo abbia fatto lavoretti per guadagnare qualche spicciolo, come per altro ho fatto anch’io. Di come tu ti sia pagato alcune spese negli anni dell’università facendo un lavoretto, come per altro ho fatto anch’io. A dire il vero io mentre studiavo per la maturità già lavoravo, per fare esperienza in vista di una vita a Milano che i miei genitori non potevano permettersi di pagarmi, e nonostante ciò non mi sono mai considerato un eroe della patria.

La differenza non banale è che l’alternanza scuola-lavoro non è un tirocinio e nemmeno un apprendistato, e non prevede alcun tipo di compenso, anzi, a volte alcune spese.

Non credo questo sia un male di per sé, ma delle due una: o vengo pagato per svolgere un lavoro, oppure imparo qualcosa di utile. Ecco, quella “graziosa studentessa” di cui tu parli (che poi anche fosse stata sgraziata non capisco che differenza avrebbe fatto), non lamentava un lavoro che non fosse di suo gusto, ma un lavoro che le era stato imposto, in forma obbligatoria, senza alcun compenso, che non era in alcun modo inerente a ciò che stava studiando.

Quel testo che hai scritto, si conclude con un messaggio rivolto ai millenials che ti hanno rotto le palle che recita così: “rivendicare diritti – sacrosanti – è il termine di un percorso che vede prima lo sforzo di praticare doveri”, e che io condivido in pieno.
Il diritto di scrivere su una testata giornalistica, viene al termine di un percorso che vede prima lo sforzo di informarsi dei fatti, anche semplicemente andando sul sito del MIUR Social. Non vorrei mai che qualche Millenial se la prendesse con te se poi, al termine di un percorso serio di giornalismo non trovasse lavoro, ma aprendo Facebook leggesse questo tuo “articolo”.

L’articolo in questione potete trovarlo qui: http://bit.ly/2gOcFp0

 

Aurelio la Bella

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