Angela, ricordi?

Angela, ricordi?

Angela era andata alla stazione, le avevano detto che avevano visto Pinot su un treno, che stava tornando a casa da Mauthausen.
Angela si era vestita bene, come sua sorella Adriana, non uguali, ma bene, con la gonna scura e la camicetta bianca.
A casa, Ines aveva preparato festa, aveva messo fiori alla finestra, spalancato tutte le porte, arredato il balcone con ghirlande e garofani rossi. Aveva preparato gli agnolotti, tanti, ed un coniglio al vino, che era la sua specialità e che le aveva portato dalla campagna, un cliente che posteggiava la bici sempre davanti al negozio da ciclista di Pinot, che faceva anche da “rimessa”.
Angela e Adriana, 15 anni o poco più, alla stazione, a casa tutti gli altri pronti per la festa, anche gli amici, pochi.
Ines la mamma grassoccia, tenera ma nervosa, già vedova prima ancora della vedovanza: Armando e Giorgio erano piccoli, Giorgio aveva pochi mesi, Armando qualche anno. Adriana era bionda come il padre, occhi chiari, gli altri tutti bruni, molto scuri, come Ines.
I treni passavano e le sorelle si alzavano sulle punte dei piedi, con i loro calzini bianchi, per vederli arrivare fin da lontano, spuntare dalla curva di rotaie, a volte fin troppo veloci.
Erano treni locali, comunque, Littorine. Forse Pinot era arrivato in treno da Trento o da Bolzano ed aveva cambiato a Porta Nuova, a Torino. Forse, ma quando? A volte sedute sulla panca a volte isteriche quando sentivano il rumore dei vagoni avvicinarsi, sul loro viso tirato, in attesa sorridente, o piegato in smorfia di delusione, due occhi spalancati. Non faceva tanto caldo, sul Viso c’era ancora la neve. Ad una certa ora del pomeriggio si misero il golfino.
Pinot non arrivava mai.
Molti uomini, alcuni soldati scendevano dal treno ma di Pinot nessuna traccia. Qualcuno iniziava a dire andate a casa, dai ragazze andate a casa non arriva più nessuno.
Ma come, lo avevano giurato, Pinot l’avevano visto su un treno? Chi l’aveva giurato? Non si sa, l’avevano detto a Ines una sera di tristezza mentre tutti stavano mangiando riso al latte. Avevano suonato alla porta, Ines si era affacciata ala finestra nel buio e qualcuno aveva detto Ines l’hanno visto su un treno tuo marito.
La chiamavano tutti Ines, ma il suo nome era Agnese.
La guerra era finita, la paura, il dolore no, la perdita scavava nel cervello e nell’anima si istallava lì, per sempre…
Nella sua lunghissima vita, Angela, morta di primavera, a 92 anni , giusto un anno fa, aspettò tutti i giorni e tutte le notti Giuseppe Parrà detto Pinot, suo padre, l’unico vero “uomo” della sua vita. Parrà, che cognome. Perché Parrà?
Lo aspettò anche in quelle giornate di aprile e maggio dopo essere tornata dalla stazione piangendo a dirotto e suscitando il pianto collettivo di Ines, Giorgio e Armando, sbattendo le scarpe di qui di là, buttandosi sul letto, l’unica cosa che si poteva fare per non svenire di malinconia.
Ma forse non avevano ancora ben capito che non sarebbe mai tornato, Pinot, da Mauthausen.
Angela non voleva arrendersi, non si arrese mai. Ansiosa tutta la vita, poco prima di morire, mi disse , stai attento che son tornati, tu sei troppo esposto, io lo so, se Pinot non si fosse esposto ora sarebbe qui, avremmo potuto abbracciarlo, godere del suo sguardo gentile ma sicuro, si ma i fascisti sarebbero ancora qui, quel maledetto di Mussolini, che paura.
Oggi è un altro 25 Aprile, io mi espongo, Angela, scusami, ma non posso farne a meno, come te, comunista che dicevi le preghiere. E’ primavera, io canto e urlo, sono gioioso e preoccupato ma sicuro.
Sei tu che mi hai mandato in piazza la prima volta, ricordi?

Giuseppe Pino Rosa

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