CACCIARI E LA BUONA BORGHESIA

CACCIARI E LA BUONA BORGHESIA

L’ultimo libro di Massimo Cacciari (Il lavoro dello spirito. Saggio su Max Weber, Milano, 2020) non rientra nel genere della storia delle idee perché l’autore non ha l’obiettivo di spiegare i due interventi di Max Weber (La politica come professione e La scienza come professione, entrambi del 1919) cui di frequente rimanda, ma prende spunto da un’interpretazione di quei contributi per proporre una riflessione filosofica sul carattere del Politico nel mondo contemporaneo. La riflessione sin dalle prime pagine è condotta introducendo l’interrogativo sul tratto unitario dell’“epoca”, quasi fosse scontato che si dia un’“epoca”, una sezione omogenea del tempo storico. Epoca, scriveva Siegfried Kracauer in un libro del 1969 (History. The Last Things Before the Last) è nozione del romanticismo filosofico culminante in Hegel, un prodotto di quella cultura cui Cacciari dichiara di voler rinunciare, per spesso ricorrervi tacitamente. Tratto della nostra epoca (che inizia forse dalla Rivoluzione francese) sarebbe appunto il geistige Arbeit, il lavoro dello spirito, il cui carattere fondamentale è il permanente superamento del già prodotto, l’eccedenza rispetto al dato, come si vede negli apparati della scienza moderna e della tecnica. È questa in verità una trasposizione della teoria marxiana dell’economia capitalistica. Il capitale, diceva Marx, per esistere, deve sempre aumentare, la ricchezza deve produrre maggiore ricchezza. Usava questa formula: D – M – D¹ (denaro – merce – denaro aumentato). La somma iniziale di denaro utilizzata per un’impresa viene accresciuta dal processo di produzione e vendita della merce. Questo incremento è il risultato dello sfruttamento del lavoro sociale sottopagato per trasformare la materia in merce. Il processo infinito di superamento (che Cacciari attribuisce con valutazione positiva al lavoro intellettuale) è, in verità, un processo infinito di sfruttamento del lavoro altrui e delle risorse naturali. Cacciari trasfigura l’analisi di Marx sull’inarrestabile produzione e accrescimento del capitale dal piano economico a quello astratto delle intelligenze. E dichiara il lavoro come libero, non quando è rotto il meccanismo dello sfruttamento, ma quando lo spirito è indipendente, «non comandato» (dice), dall’attività economica tout court. Come dire: la libertà si produce solo nella sfera dello spirito resosi autonomo. Allo sfruttamento del lavoro umano e delle risorse naturali, insomma, può opporsi solo il libero lavoro intellettuale, non un mutamento interno alla dimensione stessa dell’economia .

Posta nei termini di questa trasfigurazione spiritualistica, Cacciari procede a spiegare quali siano i nessi tra la sfera della scienza e quella della politica. Qui cade la sua interpretazione dei saggi di Weber. La dimensione della scienza («scientia facere»), sarebbe – così l’autore interpreta Weber – quella propria della professione o dell’interesse per la verità. Mentre nel Politico sono sempre in gioco scelte di valore, “convincimenti”, è detto, per distinguerne i procedimenti dalla mera volontà di potenza. Ora, il bisullis ermeneutico di Cacciari sta nell’arricchire di determinazioni le due sfere per mostrare la loro relazione nascosta. 1) La scienza in verità non è esclusione di valori, ma scelta di quel valore che si pone come oggettivo. Nella sua sfera, si annida quindi un’opzione iniziale in favore della razionalità, a propria volta ingiustificabile razionalmente, qualcosa di politico. 2) D’altro canto, il Politico, per essere tale, vale a dire in grado di amministrare una realtà complessa e strutturata sulla dinamica tecnico-scientifica, deve assimilare alcuni principi da essa, pena la sua irrilevanza. Assimilerà, soprattutto, i principi dell’esattezza e della responsabilità. Tertium non datur! È esclusa l’opzione (romantica) di una politica che segua un punto di vista filosofico integrale (dialettica o teoria critica che sia). Nel mondo complicato dei saperi particolari, non può darsi un sapere totale che funga da sintesi, secondo la bella illusione, l’incanto, del mondo tardo-borghese (Thomas Mann, Benedetto Croce, Karl Jaspers). Amministrare la società si può solo nella forma di un equilibrio tra i due lavori intellettuali. Ecco cosa ci insegnerebbe Weber. Una volta che il vecchio sogno romantico della filosofia classica tedesca è stato spazzato via, la gabbia d’acciaio del meccanismo economico può essere rotta dall’integrazione dell’ethos borghese dell’esattezza e della responsabilità nella sfera della politica.

Ora perché Cacciari rivaluta la borghesia scindendola dal sistema produttivo da cui è emersa e a cui è legata (il capitalismo)? Perché gli interessa difendere il sistema di mediazioni e di istituzioni che limitano le democrazie plebiscitarie. Questa funzione di mediazione e di garanzia, nello Stato nazionale, viene da istituzioni borghesi, è il portato del lavoro intellettuale, richiede senso di responsabilità, convincimento, cura, disciplina. Cacciari scorge nel libero lavoro dello spirito il limite alle pulsioni irresponsabili delle democrazie populiste. Insomma, la soluzione dei saggi weberiani, sta nel salvare la parte buona del capitale contro la parte cattiva, la buona borghesia contro il popolo cattivo. È così nuovamente introdotta un’idea di lunga durata, che va dalla Repubblica dei filosofi di Platone alla teoria della classe dirigente di Benedetto Croce, ove l’equilibrio democratico è fondato su uno strato sociale che amministra il potere e ne corregge con saggezza gli eccessi. Eppure potrebbe pensarsi che il tertium tra populismo a la Orbàn/Salvini e casta rappresentativa altoborghese sia dato! E stia in una democrazia progressiva che si regge su un alto livello di ridistribuzione della ricchezza, di rispetto della dignità, della salute, dell’ambiente e della cultura. Certo, senza nessuna aspirazione all’eguaglianza sociale, nemmeno cultura, rispetto dell’ambiente e democrazia reale sono possibili. Ma perché rinunciare a operare per un futuro che crei queste condizioni?

L’isolamento in cui Cacciari tenta di rivalutare il lavoro dello spirito pare invero ideologico. Lo spirito non è libero quando si affranca dal lavoro in generale ma quando, riconoscendo lo scopo utilitaristico dell’economia, sa cogliervi anche le contraddizioni con la dimensione del benessere sociale e con la tutela dell’ambiente. La tensione non è insomma tra economia (meccanismo) e vita intellettuale (spirito), ma interna a quell’economia (opera umana tanto quanto quella dell’intelletto) che, per continuare ad aumentare la ricchezza, distrugge le condizioni stesse da cui proviene: società e ambiente. Dalla capacità di confrontarsi con questa contraddizione e porre le condizioni pratiche per venirne a capo sembra dipendere la libertà del lavoro dello spirito.

Davide Bondì

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