CAMPUS BASSINI E MODELLO MILANO

CAMPUS BASSINI E MODELLO MILANO

Ma oggi scade la prima settimana da quando sono (ri)entrato in Consiglio comunale a Milano. E voglio riprendere l’argomento trattato durante il mio primo intervento in aula, esattamente sette giorni fa, sulla vicenda di via Bassini: che riguarda, prima ancora della destinazione finale di una porzione di territorio, i meccanismi della democrazia urbana milanese.
Come ho detto in aula, “Abbiamo visto forze dell’ordine in assetto antisommossa presidiare un intervento urbano contestato dagli abitanti: a Milano – non a Gezi Park in Turchia: a Milano – e queste cose a Milano non si fanno e non devono mai più accadere!”.
Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Cosa non ha funzionato? Perché per un intervento di riorganizzazione funzionale universitaria non si è riusciti a trovare, in tempo utile, una soluzione che contemperasse due interessi pubblici (lo sviluppo universitario, e la tutela di una porzione di territorio alberato usato come verde di quartiere)? Questo intervento avrebbe potuto trasformarsi positivamente in un corso sperimentale applicato di progettazione urbana partecipata, svolto proprio dal Politecnico, con il coinvolgimento del territorio: perché questo non è accaduto? Perché quest’area, di dimensioni limitate, ha prodotto una situazione critica che non si è vista in altri processi di trasformazione urbana ben più vasti e complessi?
Sono domande alle quali credo sia necessario trovare risposta, qui ed ora, avendo Milano la prospettiva di importanti trasformazioni urbane legate agli ex Scali FS e ad altri ambiti di rigenerazione urbana.
Procediamo con ordine partendo proprio dal procedimento decisionale adottato per esaminare il progetto di estensione dell’edificio di Chimica nell’area di via Bassini. Il proponente del progetto e proprietario dell’area – il Politecnico di Milano – ha dichiarato il progetto “di interesse statale” in accordo con Regione Lombardia. Che significa? Questo atto ha portato all’attivazione di un procedimento decisionale straordinario: è stata attivata una Conferenza Stato-Regione presso l’emanazione del Ministero Infrastrutture e Trasporti, ovvero presso il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Lombardia/Emilia Romagna. Con quali conseguenze? Questa procedura non contempla alcun coinvolgimento di Municipi e realtà locali; lo stesso Comune viene chiamato dal Provveditore ad esprimere esclusivamente (cito dagli atti documentali inviatimi dai rappresentanti del Comitato e dai legali) un “parere di conformità del progetto proposto in base al vigente PRG” (!). E il parere ambientale e paesaggistico, sull’area alberata e sul verde usato dal quartiere? Tutto di competenza della Regione Lombardia, Commissione Regionale per i Beni Paesaggistici, che fra un intervento nel Parco dell’Adamello ed un esame delle aree rivierasche del Parco Adda Nord, ha trovato il tempo di liquidare in tre righe – con parere positivo – il progetto di via Bassini.
La procedura viene attivata il 22 giugno 2019 per concludersi poco prima dell’avvio del cantiere, subito bloccato dalla mobilitazione degli abitanti, tagliati fuori – come il Municipio 3 – da qualunque preventivo coinvolgimento nel processo decisionale.
Le compensazioni promesse in cambio degli abbattimenti non convincono nessuno. A dicembre viene convocata dal collega Monguzzi una Commissione comunale per trovare una mediazione sul da farsi. Diversi componenti del Comitato mi contattano, e pongo la seguente questione: il tema degli alberi è ecologicamente il più rilevante, perché una parte di suolo può essere rigenerata altrove ma alberature di mezzo secolo, una volta abbattute, sono perdute per sempre e con essi le centinaia di microrganismi vegetali e animali che vi dimorano, arricchendo la biodiversità urbana; queste alberature hanno un preciso valore ambientale che va espresso in termini economici ed occorre pertanto procedere ad una valutazione agronomica, albero per albero, per verificare la possibilità di trapianto di ogni esemplare al fine di garantirne la sopravvivenza. La proposta viene portata in Commissione; viene accettata, anche se scontenta un po’ tutti (e quindi può essere la soluzione giusta); ma il bliz stile Gezi Park del 2 gennaio, deciso dalla proprietà, fa saltare tutto.
E adesso che bilancio trarre da questa vicenda? Come possiamo risolverla, e prevenire il ripetersi di analoghe situazioni in futuro?
Sulla vicenda di via Bassini vi è una parte lesa: la comunità degli abitanti, insieme al Municipio 3. Altre realtà hanno poi tentato di speculare politicamente sulla vicenda. La valutazione generale su questa vicenda espressa da Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, mi sembra che racchiuda il meglio del pensiero ecologista, quello che non cede di fronte al fatto compiuto e nemmeno all’incompetenza di chi non ce la fa ad andare oltre i vuoti slogan e la propaganda politica: “Chi ha chiamato in causa le grandi sfide del cambiamento climatico e del consumo di suolo su questa vicenda, forse ha perso il senso della misura: c’è una enorme distanza tra la nuova palazzina del Campus Bassini e i grandi sfondamenti per molte decine di ettari agricoli, di cui Milano discuteva appena un decennio fa, prima che venissero cancellati dai nuovi disegni urbanistici”. Premesso questo, Legambiente arriva al punto: “Il Politecnico ne esce con le ossa rote. Anche il Comune non ne esce bene, per non aver saputo mediare, per non avere evitato un’apparente contraddizione, inspiegabile ai cittadini, tra le nuove piantumazioni di ForestaMi e il mantenimento di ciò che già c’è”.
Da questa riflessione generale discendono, a mio parere, due fondamentali priorità che riguardano non soltanto Città Studi ma l’intera città, e che devono diventare rapidamente materia di lavoro da parte dell’amministrazione comunale:
1) uno dei limiti più evidenti confermati dalla vicenda è l’assenza di un sistema consolidato e accettato di indicatori oggettivi di contabilità ambientale, che facciano a loro volta riferimento a un bilancio ambientale generale. Avviare, consolidare e diffondere nel processo decisionale lo strumento della contabilità e del bilancio ambientale (attribuire un valore ambientale per ogni albero piantato o rimosso, per ogni mq. di suolo occupato o rigenerato, per ogni area urbana trasformata e “densificata” a ridosso delle linee di trasporto su ferro, per ogni linea di trasporto pubblico attivata o prolungata, ecc.) è precondizione per rendere più efficiente l’azione amministrativa, valutando e decidendo le azioni più opportune legate ad ogni singola proposta progettuale. Nel caso del campus Bassini, parlare di “compensazioni” è cosa totalmente priva di senso, senza avere preventivamente attribuito un valore contabile ambientale preciso al “bene-ambiente” sul quale si interviene, considerandone il valore anche dimensionale in rapporto a un quartiere densamente urbanizzato. La contabilità ambientale è lo strumento che consente di portare ogni livello di discussione, anche conflittuale, sul piano della “misurabilità” oggettiva, pubblica e trasparente. Sono in questo modo sarà possibile, a mio avviso, chiudere positivamente la vicenda Bassini, convocando a un tavolo comune le istituzioni coinvolte e le rappresentanze del territorio e della cittadinanza.
2) Tutto quanto sopra esposto non ha senso, se non si applica sistematicamente ai processi partecipativi che devono sempre coinvolgere il territorio, dal basso, nella formazione delle decisioni: esattamente ciò che NON E’ AVVENUTO nel caso del Campus Bassini, a causa del procedimento decisionale adottato (Conferenza Stato-Regione) dal quale il Municipio 3 è stato tagliato fuori, e con esso la fondamentale opera di preventiva informazione e coinvolgimento della cittadinanza. Io temo che lo strumento procedurale adottato in questa vicenda possa costituire un precedente pericoloso per la nostra città; in una Milano che attrae capitali e investitori immobiliari da tutto il mondo con la prospettiva della trasformazione degli ex Scali FS, qualche operatore potrebbe trovare conveniente bypassare le ordinarie procedure autorizzative per imboccare scorciatoie procedurali che fanno risparmiare tempo, discussioni, mediazioni, compromessi, faticosa ricerca di nuove soluzioni. Il rischio è di attirare il peggio: finanza mordi e fuggi, sviluppatori senza scrupoli, operatori attenti unicamente ad operazioni di massimo profitto nel breve periodo.
E’ bene essere chiari su un punto: nel “modello Milano” che attrae interessi, persone e capitali, la partecipazione dei cittadini alle scelte per la città non è un orpello: rappresenta un elemento centrale e discriminante di tale modello. E’ un metodo di democrazia urbana che ha indubbiamente dei costi in termini di tempo e risorse, ma presenta vantaggi enormi. Primo fra tutti, quello di selezionare all’origine chi vuole investire su una città dove “non è usanza” bypassare le regole dei processi decisionali, e dove quindi ogni progetto va programmato, calibrato e pianificato con la logica della remuneratività nel lungo periodo, della sua integrazione con la realtà urbana, i suoi tempi e i suoi valori.
Intendo lavorare su questo tema, per introdurre modifiche regolamentari che impediscano il ricorso a procedure che riducano il ruolo dell’amministrazione comunale a mero ratificatore di scelte già prese in altre sedi.
Enrico Fedrighini

Ti potrebbero interessare