CHIEDIAMO DI PIU’

CHIEDIAMO DI PIU’
I ciclisti a Milano, raddoppiati in due anni, chiedono di più. Troppe le vie ancora orfane di qualunque pista per le bici: chi sceglie di non inquinare deve procedere in mezzo al traffico, ed è un terno al lotto.
Per i percorsi “protetti” che invece ci sono, è croce e delizia. In un anno sono aumentati del 30% e adesso sfiorano i 300 chilometri. Ma in quel numero a tre cifre c’è di tutto.
Pedalando si passa dal paradiso (al Castello, al Sempione, lungo la Martesana, in corso Buenos Aires e viale Monza) al purgatorio (viale Legioni Romane e via Sardegna), all’inferno: via Melchiorre Gioia e via XX Settembre, tutt’altro che riposanti e sicure. Continuamente interrotte, invase da auto in corsa e sosta selvaggia. In giro, spesso si incontrano strade-trappola, per le bici e anche i monopattini. devi fare la gimkana tra auto parcheggiate in doppia fila, buchi nell’asfalto, furgoni (grossi) in continuo stop and go.
Il peggio è nelle vie con il pavé e il tram. Improponibili via Torino, via Broletto, viale Gorizia, via Cesare Battisti, Ripa di Porta Ticinese. Masselli sollevati, sbilenchi, sconnessi. Buche e cubi instabili con le rotaie che fanno cadere a tradimento. Il suolo è malmesso oggi più che mai, nonostante le continue manutenzioni. Traffico e piogge hanno creato situazioni estreme. Pericolose per chi affronta le strade cittadine su due ruote, e anche per i pedoni. Una soluzione va trovata.
Anche perché sempre più gente sceglie la bici come mezzo di trasporto e di lavoro, oltre che di divertimento. Gli ottomila rider che sfrecciano di giorno e di notte per le consegne sono solo un esempio.
Abbiamo bisogno percorsi sicuri dove muoversi in velocità su due ruote. Invece a volte pare che l’unica soluzione per salvare la pelle sia salire sul marciapiede, senza nessun rispetto per le regole. Ma lì, oltre al rischio di investire i pedoni tra il plateatico di un bar e una bici in sharing abbandonata, si rischia di essere investiti dai pirati che sui monopattini corrono (anche sul marciapiede). «Serve cultura», non si stanca di sottolineare l’assessore alla Mobilità Marco Granelli.
Lo sforzo c’è. Sui trasporti sostenibili e dolci la città investe parecchio e ha fatto passi da gigante. È un sistema, nella visione del Comune: i percorsi protetti erano 215 chilometri nel 2016, oggi 293, in parallelo è stata superata la soglia dei mille metri quadrati di Zone 30 e sono quasi raddoppiate le aree pedonali: l’ultima in via Casasco, all’Ortica. «Con le ciclabili leggere, “pop up lanes”, e i provvedimenti di Area B e C e Zone 30, Palazzo Marino incoraggia soluzioni alternative all’auto. È l’unico modo per combattere l’inquinamento ed evitare la congestione di traffico», riflette Luca Studer, docente di Sicurezza stradale al Politecnico. «Nell’ultimo anno i ciclisti sono raddoppiati, tanto che l’offerta di bici non riesce a soddisfare la domanda — sprona Piero Nigrelli dell’associazione Ancma di Confindustria —. L’anno scorso è stato da record, 60 mila bici vendute a Milano. Oggi i magazzini sono di nuovo azzerati, sta avvenendo una rivoluzione culturale».
Granelli rilancia sul gioco di squadra: «Dallo scorso 30 aprile 2020 abbiamo dato una accelerata al Pums e alla ciclabilità di Milano, per una decisione politica, per un impegno dei nostri tecnici e dirigenti, grazie alle modifiche del Codice della strada approvate a settembre 2020 dal Parlamento, e grazie a un cambiamento culturale dei cittadini, sostenuto e promosso dalle associazioni».
Cita un dato, l’assessore: in corso Buenos Aires nel 2020 le bici erano il 5 per cento, le moto il 20 per cento, le auto il 75 per cento. Oggi i mezzi le biciclette sono schizzate al 18 per cento e le moto scese al 17. Il mese scorso passavano sette bici al minuto. Chiediamo di più.
Elisabetta Andreis

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