Correva l’anno 1992

Correva l’anno 1992

Correva l’anno 1992. Difficile dimenticare il mese di luglio di quell’estate. In un attentato di stampo mafioso aveva perso la vita due mesi prima il magistrato Giovanni Falcone.
Erano gli anni in cui i registi cinematografici cavalcavano l’onda della mafia e spopolavano film duri e crudi come Mary per sempre, Ragazzi fuori, La scorta; solamente Roberto Benigni riuscì ad affrontare un tema così importante con un approccio tragicomico con il film Jonnhy Stecchino.
Sparatorie, autobombe, rapine, rapimenti, assalti, lupare bianche. Queste erano le notizie che passavano sui telegiornali nazionali in quegli anni. Non ero scioccato da quelle news, né tanto meno avevo interpretato la gravità di quello che stesse accadendo; era diventata quasi abitudine la ridondanza delle notizie inerenti la guerra in atto all’interno delle famiglie mafiose e tra organizzazioni criminali e Stato.
Dal mio canto ero poco più che un bambino, uno che scorazzava per strada con la bici e che tifava David Platt e l’Inghilterra agli Europei di calcio anziché l’Olanda di Gullit, Rijkaard e Van Basten come tutti gli altri miei coetanei.
Mio papà era dell’idea che nonostante io e mio fratello fossimo poco più che bambini (9 e 13 anni), dovessimo vedere con i nostri occhi la Palermo di quei tempi. La città della violenza ma anche quella della voglia di riscatto, la città della connivenza con la mafia ma anche quella che prendeva le distanze e si dissociava.
Non fu un caso che quell’estate la mia famiglia scelse di trascorrere le vacanze estive in Sicilia, per la precisione a Terrasini, una località turistica a due passi da Palermo.
Percorremmo circa 800 km a bordo di una fiat 131 blu elettrico. Non era un auto di cui andavo fiero data la scarsa bellezza estetica, ma mio papà sosteneva avesse vinto il campionato del mondo di rally per sette anni consecutivi dal 1976 al 1982 ed io mi ero arreso all’idea che lo fosse stata davvero, anche perché lo provava un adesivo attaccato sul lunotto posteriore.
Questa è la mia testimonianza, e di quella vacanza porterò con me due momenti importanti.
Il primo è l’effetto che mi ha fatto visitare la città di Palermo, i carretti siciliani passavano inosservati spazzati via dallo straordinario numero di lenzuola stese sui balconi delle palazzine, una città a lutto, un lutto bianco che comunicava arrendevolezza e riscatto, distanza e vicinanza, abbandono e resistenza. Una città che puntava il dito verso la delinquenza e che tendeva una mano per chiedere aiuto ad uno Stato centrale che mai era stato presente su quel territorio.
Il secondo è la data incancellabile del 19 luglio. Rientrati dalla vacanza estiva meno di ventiquattro ore prima, un’autobomba colpisce a morte il Magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Nella testa di un bambino e dell’Italia intera raffigurava l’eroe che avrebbe dovuto fare giustizia ed arrestare coloro i quali si erano resi responsabili della strage di Capaci.
In quel giorno cadeva lo Stato Italiano, che nonostante un susseguirsi di arresti, accuse, processi, ergastoli, non ha mai compreso appieno se a distanza di 26 anni si è rialzato oppure no.
Michele Bisaccia

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