Cresce la povertà degli under 30

Cresce la povertà degli under 30

L’intervento della più importante studiosa della povertà in Italia, Chiara Saraceno, sulle pagine di La Repubblica

La povertà in Italia è fortemente aumentata dall’inizio della crisi nel 2008 e non accenna a diminuire, stante la difficile ripresa in termini occupazionali, che colpisce soprattutto i più giovani, e il danno che ciò ha comportato sul capitale umano e le chances di vita di intere coorti di giovani. Questo danno è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, che, già in partenza un’economia più fragile, ha perso la maggioranza dei posti di lavoro distrutti in Italia dalla crisi ed ha visto una forte ripresa della emigrazione dei suoi abitanti più giovani e più istruiti. Oltre alla maggiore concentrazione della povertà nel Mezzogiorno, un’altra caratteristica di lungo periodo della povertà nel nostro paese è il fatto che essa riguardi più le famiglie con figli di quelle senza figli (coabitanti) o formate da una persona sola, soprattutto se i figli sono minorenni. Questa caratteristica si è accentuata negli anni della crisi. Non stupisce, alla luce di questi dati, che a livello individuale la povertà dei minorenni e dei giovani fino ai 34 anni superi quella degli adulti e comprenda quasi la metà di tutti gli individui poveri assoluti. Forte è la presenza di povertà tra le famiglie straniere regolarmente residenti. Nelle regioni del Nord, dove sono maggiormente presenti, costituiscono la maggioranza delle famiglie in povertà, specie assoluta. A livello nazionale costituiscono il 30 per cento di tutti i poveri assoluti. Ridurre il loro accesso al reddito di cittadinanza sulla base di requisiti più stringenti che per gli autoctoni, e contrari al diritto internazionale ed europeo, significa escludere da questa misura di sostegno di ultima istanza una buona fetta di poveri assoluti, tra cui molti bambini e ragazzi, accentuando la loro vulnerabilità nel processo di crescita. Si aggiunga che i bambini e ragazzi poveri e le loro famiglie – autoctone o migranti che siano – vivono spesso in aree con scarsa presenza di servizi e opportunità educative di qualità – dal nido, al tempo pieno scolastico, a parchi e attrezzature sportive accessibili – anche se questo è più vero nel Mezzogiorno che nelle città del Nord e in parte del Centro. Proprio i bambini che avrebbero bisogno di una maggiore dotazione di risorse pubbliche per compensare lo svantaggio della condizione economica inadeguata sono spesso quelli che ne ricevono di meno. Non può stupire che il fenomeno dei Neet, dei giovani che né studiano né lavorano – per i quali l’Italia ha un poco virtuoso primato, sia particolarmente concentrato nei giovani di famiglie economicamente più svantaggiate, con poco capitale sociale e culturale, spesso lasciati al loro destino dopo percorsi scolastici accidentati. Va, infine, segnalato che la povertà, anche quella assoluta, è certo legata alla mancanza di lavoratori in famiglia. Ma riguarda sempre più anche famiglie di lavoratori, specie se monoreddito e/o numerose: madri sole, famiglie con tre figli e più in cui un solo genitore lavora per il mercato mentre l’altro è sovraccaricato dal carico di lavoro famigliare. Sono più protette le famiglie con almeno due occupati, in particolare, quando ci sono figli, quelle in cui sono occupati sia il padre sia la madre. Ma perché ciò sia possibile, oltre ad un aumento della domanda di lavoro, occorre anche un rafforzamento sia delle qualifiche sia dei salari, da un lato, sia strumenti di conciliazione famiglia-lavoro. Aiuterebbe anche una riforma dei frammentati e inefficienti sostegni per il costo dei figli. Quanto ai poveri senza lavoro e alle loro famiglie, sono certo necessari, accanto al sostegno al reddito, strumenti di accompagnamento al lavoro e di rafforzamento delle capacità professionali. Ma nei casi più gravi è necessario un sostegno più complessivo alla acquisizione di capacità più generali.

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