Decreto Minniti-Orlando e i nuovi centri per il rimpatrio

Decreto Minniti-Orlando e i nuovi centri per il rimpatrio

Mentre a Milano si lavora per una cultura senza muri e per abbattere le resistenze dovute alle differenze, a Roma si costruiscono muri e trincee fatte di paure, di norme securitarie e discriminatorie, e pareti dei nuovi CPR.

Stiamo parlando delle “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” ovvero il decreto Minniti-Orlando. Il 12 aprile la camera ha approvato il decreto sull’immigrazione con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti, voto anticipato da 2 mozioni di fiducia, senato e camera. La fiducia ha impedito alle opposizioni di proporre emendamenti e ha accelerato l’iter di trasformazione da decreto a legge. La norma, secondo i ministri proponenti, nasce dall’esigenza di accelerare le valutazioni dei ricorsi sulle domande d’asilo da un lato, e sulla decisione del governo di aumentare le espulsioni dei migranti irregolari dall’altro. Difficilmente avremmo potuto pensare che si riuscisse ad aggravare la già pessima Bossi-Fini, eppure è stato fatto.

Come SinistraxMilano riteniamo che questo decreto sia una errata soluzione securitaria dettata da una cultura estranea alla sinistra e basata sulla correlazione immigrazione/sicurezza che ammicca a un’idea razzista e xenofoba dell’immigrazione. Ancor prima dei dubbi sulla costituzionalità della norma, avanzata da diversi giuristi, solleviamo perplessità sullo strumento stesso del decreto, considerato il carattere non urgente, ma ormai strutturale, della materia, e riteniamo che a fronte del diritto d’asilo riconosciuto dalla Costituzione, l’accoglienza sia una questione umanitaria e che il rispetto dei diritti di chi è perseguitato sia una problematica da affrontare con una politica estera comune all’Europa, azione nella quale il governo è colpevolmente lattante.

4 le principali modifiche alla vigente normativa:

  • l’abolizione dell’udienza;
  • l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego;
  • l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari (centri permanenti per il rimpatrio);
  • l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.

Abolizione dell’udienza. Il colloquio presso la Commissione territoriale (videoregistrato e tradotto tramite strumenti informatici) diviene lo strumento di valutazione usato dal giudice di primo grado che, in assenza di una interazione diretta con il richiedente asilo, formerà il suo giudizio sull’istanza basandosi unicamente sul filmato.

Il giudice, se valuterà la necessità di sentire personalmente il richiedente asilo, potrà fissare l’udienza e il richiedente potrà chiedere al giudice di essere sentito, ma spetterà a quest’ultimo valutare se l’ascolto diretto sarà o meno necessario. Aspetto, questo, che potrebbe aumentare la discrezionalità con cui si potrà godere di un diritto. Modalità che, a nostro parere, non tiene conto delle violazioni a volte gravissime che le persone subiscono prima di arrivare nel nostro paese e del conseguente trauma che difficilmente può essere compreso da un giudice attraverso una registrazione.

L’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego. In questo modo non c’è più la possibilità per il richiedente asilo di ricorrere in appello. Al diniego dello status di rifugiato si può quindi ricorrere esclusivamente in Cassazione, entro 30 giorni: possibilità molto remota vista la ristrettezza dei tempi e l’impegno che la procedura richiede. Questa norma della nuova legge, insieme alla precedente, sono state valutate da molti giuristi come incostituzionali al punto da definire l’assetto giuridico disegnato come:  “diritto processuale civile speciale, a tutele dimezzate, fondato sul dato della nazionalità” (Lorenzo Trucco presidente di Asgi).

L’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari (centri permanenti per il rimpatrio). La legge prevede l’allargamento della rete dei centri per il rimpatrio: 20 strutture per un totale di 1,600 posti, posizionate lontane dai centri urbani. Questa nuova disposizione rinnega la battaglia per la chiusura dei CIE, luoghi dove la dignità umana non trova accoglienza e dove le condizioni di vita sono inaccettabili. Strutture più volte condannate. La nuova legge, inoltre, non specifica chiaramente se queste strutture dovranno ospitare chiunque si trovi senza un regolare permesso di soggiorno o solo migranti che abbiano commesso un reato.

L’introduzione del lavoro volontario per i migranti. Malgrado l’apparente positività della norma, è presente il rischio che il concetto d’integrazione venga sostituito da il concetto di scambio. Lo status di rifugiato potrebbe diventare “acquistabile” in cambio di un lavoro senza retribuzione. Sul mercato del lavoro questa norma rischia di aumentare la tensione sociale in quanto vedrà i lavoratori (coloro che prestano la loro manodopera in cambio di una retribuzione) contrapposti a coloro che, per vedersi riconoscere un diritto, dovranno prestare la loro manodopera gratuitamente per un periodo di due anni. Le conseguenze sono ben immaginabili sul piano salariale e sulla svalutazione della forza lavoro, soprattutto considerato che la norma prevede l’impiego dei richiedenti asilo anche in diverse aziende private e non solo negli enti pubblici.

Come SinistraxMilano riteniamo che le prime misure da adottare siano una politica europea comune e il superamento del sistema di Dublino per la gestione dei richiedenti asilo. Sul fronte interno invece, in primis l’attuazione dei programmi di rimpatri volontari, non finanziati negli ultimi anni, l’abolizione dell’intera legge Bossi-Fini e la regolarizzazione di chi in Italia, da anni, ha perso o non ha mai ottenuto un permesso di soggiorno, ma che può dimostrare una comprovata integrazione.

Simona Regondi

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