Decreto sicurezza e beni confiscati

Decreto sicurezza e beni confiscati

Benvenuti alla prima edizione di aggira l’ostacolo del contratto di governo (e che silenzio dal M5S)!
Fa discutere il decreto Salvini in tema di sicurezza; fa discutere la sinistra, l’ala cattolica, la società civile. Oltre a trattarsi di un’idea malsana in tema di accoglienza ed immigrazione sembra restituisca esattamente il risultato opposto rispetto all’obiettivo che lo stesso Ministro dell’interno si era prefissato: l’aumento della sicurezza e la lotta alla criminalità organizzata.
Fa discutere in maniera accesa tutte le frange che si dichiarano distanti da questo governo e di conseguenza ci si chiede come dev’essere immedesimarsi nei panni di un sostenitore del binomio Lega-Movimento 5 stelle negli ultimi tempi, e soprattutto, cosa si prova a discutere di temi fondamentali della propaganda giallo-verde, puntando i piedi a terra e cercando di difendere anche l’indifendibile.
Contratto alla mano cerchiamo di focalizzarci sulla sezione “Contrasto alle mafie”. Trattasi del paragrafo in cui si affronta la lotta alla criminalità organizzata, argomento talmente scottante per chi se ne è occupato che ha puntato a concentrare il tutto in sole otto righe, senza accorgersi che invece scatenava un effetto matrioska, un contenitore di problemi che a sua volta contiene altri sottoproblemi.
“È necessario implementare gli strumenti di aggressione ai patrimoni di provenienza illecita, attraverso una seria politica di sequestro e confisca dei beni e di gestione dei medesimi” appare sul contratto sottoscritto ed autenticato dai due paladini del cambiamento.
Ottimo obiettivo si esclamava pensando al tema sicurezza; ci si chiedeva però quale strumento innovativo e rivoluzionario avessero a disposizione i nuovi governanti. Un asso nella manica che nessuno aveva mai considerato sin dall’adozione della confisca del bene mafioso come strumento di tutela. Ed invece, in barba ad ogni aspettativa, il Ministro dell’Interno ha disposto la vendita dei beni.
“Sono esclusi dal diritto d’acquisto i soggetti condannati o indagati per mafia e i loro parenti o affini fino al terzo grado di parentela” recita il decreto sicurezza.
Ci si ritrova nella condizione paradossale in cui, dopo l’avvenuta confisca di un immobile ad uso abitativo o di un’azienda avviata, la stessa possa rientrare nelle disponibilità dei vecchi proprietari. Non direttamente, ovvio, ci mancherebbe che il confiscato alzi la mano durante una battuta d’asta, ma attraverso l’utilizzo di figure sempre presenti nelle scartoffie in mano a chi si occupa di confisca, i prestanome.
Quale soddisfazione maggiore per un soggetto sottratto senza preavviso di una proprietà importante, magari edificata con sacrificio oppure costruita ai proprio gusto e costume, a volte sobrio, a volte sfarzoso, riappropriarsi del proprio bene?
La situazione deficitaria delle casse statali è nota a tutti; lo smobilizzo del patrimonio pubblico è un argomento fondamentale in ottica di management delle amministrazioni pubbliche ed approvvigionamenti. Il territorio italiano è colmo di terreni e fabbricati, immobili abbandonati e non, che possono essere assegnati mediante alienazione.
Finora però sembrava categorico ritenere inalienabile ed escludere da questa tipologia contrattuale i beni confiscati alla criminalità organizzata.
Praticamente anziché rendere impervia e spigolosa la questione il Ministro dell’Interno ha creato degli angoli arrotondati ad hoc per aggirare l’ostacolo.
Se questo risulta essere il problem solving del governo Lega-Movimento 5 stelle, quale sarà la soluzione al problema “Rivedere le linee guida sul c.d. 41-bis?” Un bel condono suggeriscono dalle retrovie.

Michele Bisaccia

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