“Della pandemia, della guerra e della fragilità”

“Della pandemia, della guerra e della fragilità”

Da giorni mi interrogo sul significato, sulle implicazioni e sulle alternative alla metafora della guerra per riferirsi all’emergenza che stiamo vivendo.
La metafora della guerra si regge sulla necessità di comunicare alle persone il bisogno di attivarsi, armarsi, darsi da fare, obbedire per contribuire come comunità all’obiettivo di contrastare il contagio da Covid-19.
Mi chiedo se questa metafora possa essere più o meno funzionale. Certamente rende giustizia della dimensione di tragedia che il numero crescente di morti rappresenta.
Tuttavia, questa emergenza ci fa riscoprire fragili e vulnerabili. E allora mi chiedo se non possa essere più funzionale promuovere una retorica e una comunicazione dirette alla valorizzazione della fragilità. Al rispetto e al significato della nostra fragilità.
È il valore della fragilità che può aiutarci a #stareacasa più forse dell’invocazione della guerra. La guerra cerca un nemico, fuori da noi; la fragilità richiede invece di ripiegarsi su se stessi. Rispettare la fragilità può forse più della necessità di prendere le armi aiutare la coscienza civile e individuale a comprendere le ragioni dei decreti e delle linee guida dirette a prendersi cura di sé e degli altri.
La metafora della guerra, inoltre, suggerisce nelle attuali opposizioni populiste l’opportunità di chiedere di essere presi sul serio quando combattono la loro guerra di visibilità e di rivendicazioni. Il rispetto della fragilità può invece aiutare a impegnarsi nella compassione e nell’empatia autentica. Non tanto nella retorica del “medici santi che combattono per noi” ma “medici professionisti che si occupano di noi” seriamente.
Raccontare l’attuale pandemia con la narrazione della fragilità può anche aiutarci a mettere a tema la questione dei nostri limiti. Perché siamo limitati. Lo è il nostro governo, i ricercatori, gli specialisti, i cittadini. Solo partendo dai limiti delle persone possiamo adoperare soluzioni efficaci e capaci di rispondere ai nostri bisogni.
Certo, la fragilità spaventa. La fuggiamo, sempre, quando possibile. Per questo la metafora della guerra da combattere ci seduce, è la risposta maniacale e schizoparanoide alla percezione della nostra fragilità. Questo é il momento di riscoprire i nostri limiti e la nostra “pochezza” non come una mancanza o un difetto, ma come una risorsa psicologica e sociale. Una leva per comprendere le ragioni delle azioni che ci vengono chieste e per capitalizzare da questa esperienza un salto di civiltà e di convivenza.
Non è tempo di fare la guerra.
È invece tempo di prenderci cura.

Livio Provenzi

#iosonofragile
#iorestoacasa

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