Diritto di cittadinanza

Diritto di cittadinanza

Cittadinanza, le scuole rilanciano l’appello di Ramy e Adam: parte da Milano, forse non a caso, un “movimento” dei ragazzi per chiedere il diritto alla cittadinanza a chi di loro diventa grande in Italia.
ed è bello, quando si muovono gli studenti. forse stanno ricominciando, dopo una stagione di sonno, a organizzarsi per creare “onde” potenti.
dopo la manifestazione verde dell’altro giorno .. una per lo ius soli temperato?

Elisabetta Andreis

L’articolo da Corriere Milano
Una schiera di studenti si affianca a Ramy e Adam, «piccoli eroi» nella vicenda del bus dirottato sulla Paullese, nel chiedere la cittadinanza italiana «per chi cresce in Italia da genitori che risiedono qui da molto tempo e magari è pure nato qui».
Parte da Milano, forse non a caso, una sorta di «movimento» — così lo chiamano gli studenti — per promuovere il «diritto allo jus soli temperato», disegno di legge presentato nel 2015 e approvato alla Camera ma poi arenatosi in Senato, che riguardava le persone di origine straniere già integrate in Italia. La «gentile richiesta» (anche questo un termine coniato dai ragazzi) arriva in particolare da un istituto, l’Oriani Mazzini sede di via Ugo Pisa, zona Bisceglie, che si fa portavoce dell’istanza e dei diritti civili, da tempo, ha fatto vessillo. Lì la metà degli studenti ha origini straniere (a Milano la proporzione è quasi uno su cinque, in Italia meno di uno su dieci). I ragazzi crescono e diventano grandi tutti insieme, “naturalmente mescolati”.
La scuola l’anno scorso, in aggiunta ai corsi di diritto alla cittadinanza che ormai si fanno in ogni quartiere, hanno lanciato l’idea di una vera e propria festa in onore agli studenti che — compiendo i 18 anni — erano appena diventati «italiani». Quest’anno faranno il bis con tanto di tricolore, discorsi e applausi. Una cerimonia a suo modo solenne, allegra: «Riceveranno in regalo dai compagni la Costituzione del nostro Paese. La data è già fissata, 10 maggio. Sarà un momento tutto loro, da condividere con gli amici, dopo il rito in Comune che ai loro occhi risulta burocratico, formale», racconta Marco Fassino, dirigente scolastico. Rilancia la prof che li segue in tutto il percorso, Virginia Guarneri: «Per loro è un passaggio importante a livello sociale, direi umano. Una sorta di iniziazione, come il diploma o la laurea», sorride davanti alle classi con radici nei cinque continenti. Alcuni si preparano ad essere festeggiati, altri lamentano di non averla ancora, «questa benedetta cittadinanza che dovrebbe essere un diritto, non un premio o un regalo, perché così diventerebbe una concezione paternalistica e non di legge — come sostiene Coumba Mbow, origini senegalesi, che ha quattro fratelli con la cittadinanza italiana —. A casa manca solo a me e a mia mamma». Mentre il caso di Ramy viene strattonato in una polemica a senso unico (“Al momento non ci sono le condizioni per concedergliela, un suo parente ha avuto problemi con la giustizia”, ha detto Salvini), i ragazzi vanno avanti.
«Vorrei tanto studiare medicina e mi sarebbe piaciuto andare in America ma senza cittadinanza non posso — rimarca Salem Hagar, radici in Egitto, papà custode e mamma cameriera —. Te ne accorgi per la prima volta quando la classe va in gita all’estero e il prof dice: “Per te è un problema, hai solo il passaporto straniero”. Lì capisci di essere in un limbo». Certo non è un pezzo di carta che testimonia quello che sei «ma il documento serve per essere uguale a tutti gli altri», annuisce Jennifer Abrego Hernàndez, parenti in El Salvador come Steven Acevedo, di fianco a lei: «Voglio fare qualcosa di costruttivo per l’Italia». Alcuni, tra loro, hanno conservato la doppia cittadinanza, come Kathleen Salazar, genitori nati nelle Filippine e arrivati a Milano insieme nel 1993. Altri hanno rinunciato alla cittadinanza d’origine per avere l’italiana. «Adesso potrò votare», si inorgoglisce con l’entusiasmo della sua età Loresell Hocon. Dentro le loro stesse case ci sono disparità, paradossi: «Io ho la cittadinanza ma i fratelli no». Questi ragazzi crescono sentendosi «misti, anzi sempre più italiani — per usare le parole di Jennifer —. A scuola ci insegnano l’autostima. Sono quindi portatrice di ricchezza, di una cultura che arriva da lontano, e la regalo alla città italiana che dice di voler essere la più internazionale più di tutte. Milano».

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