Diritto alla casa, Rabaiotti vs. Nardella

Diritto alla casa, Rabaiotti vs. Nardella

Garantire il diritto alla casa significa incidere concretamente sulla qualità del vivere e delle relazioni e costruire i presupposti per una società più giusta.
Per farlo bene serve, prima di tutto, ricordarsi che la casa è un diritto e non un privilegio che si conquista con il tempo.

A riaprire la discussione sulle politiche dell’abitare è stato, nei giorni scorsi, il sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, che con un’uscita a dir poco infelice ha lanciato l’idea di premiare nell’accesso alle case popolari chi risiede in città da più tempo, un criterio già proposto nel 2017 dalla Regione Lombardia a guida leghista e che, di fatto, punta a favorire i cittadini italiani rispetto ai non italiani.
A fare il punto oggi, in una bella intervista rilasciata a la Repubblica Milano, è l’Assessore Gabriele Rabaiotti che liquida come “medievale” la proposta di Nardella, ricordando (pare che nell’Italia di oggi ce ne sia bisogno) che l’accesso alle case popolari dovrebbe essere garantito a chi ne ha più bisogno e non a chi c’è da più tempo.
Va oltre Rabaiotti, ricordando tra l’altro che la casa popolare è un servizio pubblico non un diritto a vita, e, in quanto tale “deve avere criteri di accesso e di uscita”; che significa che, nel momento in cui non si rispettano più quei criteri che hanno garantito l’accesso alla casa popolare, la si dovrebbe lasciare.

Resta aperto il tema, centrale, di come garantire il diritto alla casa a tutti coloro che ne hanno effettivamente bisogno e che, a Milano come altrove, faticano ad accedere al mercato privato, anche se sono al di sopra di quella soglia che garantisce l’accesso alle case popolari.

La nostra convinzione è che, accanto all’accelerazione delle assegnazioni (misurata, lo ricordiamo, giorno per giorno dal comune di Milano con un “contatore” ) e accanto a criteri di gestione che puntino davvero a premiare chi ha maggiormente bisogno, serva una svolta nei servizi di accompagnamento a chi accede alle case popolari, con l’obiettivo di favorire il superamento del bisogno, avviando percorsi di emancipazione e di autonomia economica e abitativa.
Pensiamo serva ripensare radicalmente le politiche dell’abitare introducendo forme e modalità in grado di intercettare i cambiamenti delle diverse fasi della vita dei cittadini e chiedendo al pubblico di intervenire anche nei contesti più complessi dell’abitare privato.

Modi, tempi e strumenti sono tutti da inventare, ma guardando alla scelta del comune di Milano di partecipare al bando UIE puntando proprio sull’abitare privato e leggendo le dichiarazioni dell’assessore Rabaiotti (“la politica della casa non si easurisce nella gestione delle case popolari ma deve prevedere un progetto abitativo più ampio”) non possiamo che essere fiduciosi nel fatto che la strada giusta sia forse non ancora intrapresa ma quanto meno individuata.

Perché la grande sfida delle periferie (e delle distanze e disuguaglianze crescenti) si vince dando servizi pubblici e socialità ma, soprattutto, si vince garantendo quei diritti, come il diritto alla casa, che sono alla base di una convivenza civile e che il cui soddisfacimento cointribuisce alla sicurezza, per il presente e per il futuro, molto più di ronde, eserciti e camionette
Il resto sono parole al vento o, sempre per citare Rabaiotti, sono “agitare il falso problema della guerra tra italiani e non italiani”

Elena Comelli

Ti potrebbero interessare