DIVARI, METROPOLI E POLITICA

DIVARI, METROPOLI E POLITICA

Riprendiamo, con una titolazione tutta nostra, questa riflessione di Alessandro Coppola sul dibattito innescato dal Ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano (il sunto del suo pensiero nel link di Radio Popolare).
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In tutto il mondo avanzato si discute dei “nuovi” divari territoriali e dell’accentuata fase di agglomerazione di investimenti e popolazione in alcuni grandi poli metropolitani. Se ne parla in Francia, negli Usa, in Austria, in Spagna (segnalo che nella paginetta e mezza del pre-accordo Pose-Podemos hanno trovato lo spazio per parlare della Spagna “vaciada”) e se ne parli dunque anche in Italia. Data poi la circostanza che l’altro dei due tradizionali poli metropolitani particolarmente attrattivi (in termini di scala) versa in una crisi severa da diversi anni quando si parla di tali processi di divaricazione si finisce naturalmente e inevitabilmente parlare di Milano (si potrebbe parlare di Bologna, che va molto bene ma ovviamente la scala è più limitata). Ovviamente “Milano” non esiste come non esiste “il resto del paese”, c’è grande e vasta interdipendenza (che non è mai abbastanza sottolineata, sottolinearla ormai è di per se un atto politico) e anzi, con la ripresa delle migrazioni interne, Milano non è mai stata così “nazionale” come ora. In questo senso, come appunto si osserva in giro per il mondo, è vero che Milano e altri pochi poli metropolitani “drenano” tante risorse in termini di capitale umano e investimenti dal resto del paese, difettando altrove evidentemente “adeguate” possibilità di impiego di tali capitali (si osservi semplicemente che sul mercato immobiliare milanese si stanno riversando i risparmi del ceto medio di tutto il paese, da Siracusa in su, che prima magari si orientavano anche verso Roma ed altri poli). L’esito politico di tali processi in giro per il mondo è, mi pare, da una parte un discorso di nuovo autonomismo urbano (non tanto la macchietta di Milano Città Stato, ma soprattutto certi orientamenti in settori – non tutti – della classe dirigente) che appunto si fonda sulla messa in luce di una sola dimensione della interdipendenza (“produciamo un sacco di pil”) e dall’altro un certo “revanscismo” dei non-metropolitani (anche su questo letteratura ormai vasta) che si concentra sul ruolo dei territori marginali nel cedere fattori produttivi ai metropolitani (la questione del brain-drain, questione assolutamente CAPITALE). In questo, nella dinamica milanese è da osservare un aspetto interessante, ovvero che quantomeno entro le mura la “battaglia fra scale” ormai non è più quella tradizionale dell’autonomismo leghista (Nord vs Sud, che pure è storicamente meno rilevante che altrove al Nord): Milano é in parte percepita quale “problema” dal regionalismo (tanti sono i conflitti fra la città e la regione) e anche dagli stessi poli urbani del Nord. In tutto questo, e credo (ripeto) che la crisi di Roma sia un fattore decisivo nella definizione del quadro complessivo, ci si chiede quali sarebbero le arene di elaborazione e decompressione di questi divari: la politica nazionale (sarebbero i partiti?), le organizzazioni sociali tradizionali, la “società civile” che mi pare molto localizzata, il sistema universitario (in profonda crisi al Sud) organizzato attorno a un modello di competizione territoriale? Queste sono tutte questioni rilevanti che, davvero, non possono essere trattare con un registro morale fatto di “meritare, restituire, essere generosi, essere egoisti, essere migliori” etc etc che come al solito serve solo a non discutere delle cose e dei problemi con una minima igiene analitica. La politica non ha una lingua progressiva che sia capace di discutere e rappresentare divari e interdipendenze – prendete qualsiasi discorso di destra (inteso in senso ampio, ovvero della corrente egemonia di destra), e scoprirete che è una negazione della interdipendenza in chiave moralistica – e di trattarli. E ciò è un grave problema.

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