E SE DOMANI….

E SE DOMANI….

Facciamo che sì, si ricomincia, ma in modo diverso.
Perché una città che va nel panico non per la paura del contagio ma perché una settimana di chiusura mette in crisi, vera, chi vive (magari pure bene) dei suoi eventi e delle sue accelerazioni continue, forse si deve ripensare davvero.
E mettere in discussione un modello che non può reggere per sempre. Perché penso sia chiaro che, al di là di chi si annoia in smartworking, di chi ha paura del vicino che una volta è andato al ristorante cinese e di chi va fuori di testa all’idea di rinunciare allo spritz al bancone, chi davvero è messo in crisi dalla Milano semichiusa è chi vive e campa di lavoretti.
E qui dentro c’è di tutto, dal professionista che organizza eventi, al personale a chiamata della ristorazione e delle pulizie, fino agli airbnb su cui si sono concentrati gli investimenti immobiliari di tanti privati negli ultimi anni.
Un’economia fatta di mordi e fuggi che lascia indietro chi non corre abbastanza forte.
Un’economia in cui anche chi fa un lavoro necessario è costretto a cercarsi un datore di lavoro diverso ogni giorno. Un’economia in cui si affitta ai turisti che si fermano pochi giorni e che va in crisi quando il turismo si ferma, e non si sa quando ripartirà.
Adesso che la città si è quasi fermata, la paura fa novanta, non per il virus, ma per il domani. E chissà che da domani, o dopodomani, quando si ripartirà, non si torni a pensare che alla fine conviene più affittare a chi cerca casa a Milano per starci.

Elena Comelli
P.S. Poi ci sarebbe da ripensare anche a un modello lombardo che nei decenni ha pompato la sanità privata tagliando risorse a quella pubblica che rimane la sola a rispondere ai cittadini. E questa non è un’altra storia.

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