EUROPA, QUESTA NON è MEMORIA

EUROPA, QUESTA NON è MEMORIA

La risoluzione del Parlamento europeo sulla importanza della memoria è scritta in un modo che, da storico, dà il voltastomaco.
Nata in origine come una proposta di deputati soprattutto dell’est europeo (Ryszard Antoni Legutko, Anna Fotyga, Tomasz Piotr Poręba, Dace Melbārde, Witold Jan Waszczykowski, Ryszard Czarnecki, Jadwiga Wiśniewska, Bogdan Rzońca, Anna Zalewska, Jacek Saryusz Wolski, Grzegorz Tobiszowski, Joanna Kopcińska, Elżbieta Rafalska, Joachim Stanisław Brudziński, Beata Szydło, Beata Mazurek, Andżelika Anna Możdżanowska, Beata Kempa, Patryk Jaki) del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (ECR), gruppo euroscettico di destra e centrodestra e antifederalista, essa è poi stata (poco) modificata nella forma che allego.
Una raccolta di generalizzazioni che fanno rabbrividire: la II guerra mondiale sarebbe scoppiata in seguito al patto di non-aggressione tedesco-sovietico stretto tra Molotov e Ribbentrop (con annesso protocollo segreto di spartizione dell’est Europa in aree di influenza) , facendo della data del 23 agosto 1939 il momento di inizio della tragedia mondiale. Mi chiedo allora perché non cominciare il conteggio dall’ottobre 1935, data dell’aggressione dell’Italia all’Etiopia e primo vero scossone alla stabilità europea, oppure al 1936, inizio della guerra civile spagnola che fu, come ogni manuale ha ripetuto a oltranza, la “prova generale” della II guerra mondiale.
No, si sceglie la data del 23 agosto 1939 perché importante è parificare nazismo e comunismo sovietico; anzi, comunismo tout court, come totalitarismi. Siamo d’accordo, il comunismo sovietico fu un totalitarismo, ma se si parla di memoria europea è bene “ricordare tutta la memoria”, e non agire per compartimenti selettivi. L’Urss di Stalin strinse un accordo con Hitler per pura realpolitik, e per recuperare i territori persi nel 1917 dalla Russia zarista; ma nel giugno 1941 diventò il principale alleato della Gran Bretagna e poi degli Stati Uniti (dal dicembre 1941) nella lotta contro la Germania e l’Italia fascista. Ma non solo contro di loro: anche l’Ungheria, retta da un governo fascista, la Romania, idem, la Slovacchia, la Bulgaria e persino la Spagna di Franco diedero il loro contributo nella lotta contro l’Urss. Però sulle dittature europee dell’Europa centro-orientale la risoluzione non spende una parola: sarebbe stato imbarazzante ricordare che il maresciallo Pilsudski, dittatore polacco e padre dell’indipendenza polacca, era un fascista reazionario strenuo ammiratore di Mussolini (e in suo nome fece pure un colpo di stato), così come sarebbe stato imbarazzante ricordare che il collaborazionismo in Francia e Italia rese la II guerra mondiale, da un certo momento in poi, anche guerra civile. Sarebbe stato poi quanto meno critico dover ammettere che in Paesi come la Croazia di Pavelic avvennero persecuzioni e stragi etniche, così come in Ungheria, Romania e Bulgaria la persecuzione degli ebrei fu aderita con entusiasmo da governi di stretta osservanza fascista.
Un’occasione persa: se si vuole promuovere la memoria europea non ci si può limitare a sbandierare i feticci dei totalitarismi nazista e sovietico come se fossero pari e dall’altra parte vi fosse solo il bene puro e assoluto di Paesi vittime del nazismo: comunismo e fascismo non furono pari, né come origine, né come sviluppo, e mi RIFIUTO di considerare i partigiani comunisti italiani o francesi alla stregua di biechi agenti di Stalin e basta.
Peraltro, poi, si tace del tutto su un altro aspetto, quello che lo storico Keith Löwe ha reso con l’espressione “continente selvaggio”. Si tace ad esempio del vergognoso antisemitismo nei Paesi dell’est Europa dopo il 1945, contro gli ebrei reduci dai campi, trattati come appestati e perseguitati di nuovo nelle loro terre d’origine; si tace di civilissimi Paesi, come la Norvegia, dove la follia spinse il governo del dopoguerra a rendere apolidi i figli nati da madri norvegesi e padri tedeschi occupanti (una situazione che durò fino al 1976…); si tace dei quasi tre milioni di stupri di donne tedesche a opera di soldati sovietici e si tace dei crimini di guerra delle truppe americane e del Commonwealth in Italia e in Germania; si tace dei quasi cinque milioni di tedeschi deportati dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia per dare modo a Stalin di spostare i confini a garanzia della sicurezza sovietica; si tace molto, troppo. Ne viene fuori una storia monocolore e monocorde, dove tutto il bene è concentrato da una parte e il male è bifronte e speculare, comunismo e nazismo. Come storico sono schifato da una tale lettura parziale, fuorviante, vergognosamente deformata della storia europea e mi domando quale limite culturale abbiano incontrato i nostri europarlamentari, evidentemente incapaci non dico di studiare, ma almeno di raccogliere pareri prima di scrivere solenni sciocchezze omissive come quelle riunite in quella risoluzione, accanto a condivisibili quanto generici impegni contro l’esaltazione dei totalitarismi.
Il regime sovietico era dittatoriale, senz’altro, ma senza i 25 milioni di morti russe l’Europa non sarebbe stata liberata dal nazismo, così come senza lo sbarco in Sicilia l’Italia non sarebbe stata liberata dal fascismo.
Le “democrazie” combattevano per il “bene” ma, come ci diceva Ennio Di Nolfo, la decisione di scendere in campo “per la libertà” non discese come dovere morale per gli Stati Uniti, bensì come prosaica valutazione costi/benefici.
Questa risoluzione, in conclusione, non è un punto di partenza per un lavoro sulla memoria europea, può invece essere considerata un modello su come NON insegnare il valore della memoria europea e su come deformare e banalizzare la complessità del passato.
Peccato, una bella occasione persa.

Piero Graglia

La risoluzione la trovate qui

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