GENTRIFICAZIONE DEL CENTRO CITTA’ E CENTRIFICAZIONE DEL CENTROSINISTRA?

GENTRIFICAZIONE DEL CENTRO CITTA’ E CENTRIFICAZIONE DEL CENTROSINISTRA?

Un sindaco simpatico che presenzia a molti eventi, con varie mise, a seconda della situazione, sorridente e rassicurante sempre, una specie di zione affidabile, di cuginastro sempre gradito, è meglio certo di sindaci/che del passato, legati ad una immagine istituzionale, con cestini sempre pieni di promesse, soprattutto per gli amici e per gli amici degli amici.
Dobbiamo ammettere che Milano sotto la sua guida in questi ultimi anni, da Expo in poi è decisamente decollata nell’immaginario globale e si classifica fra le mete più gettonate del turismo mordi e fuggi internazionale e nazional popolare. Ma questo non ci basta.
Milano è cresciuta come immagine, ma non è cresciuta come città per i milanesi e non tanto per mancanza di volontà del sindaco ma piuttosto per una cronica strizzatina di occhio un po’ a uno e un po’ all’altro, a cui segue, sempre, una mediazione non soddisfacente, non appagante, non motivante, spesso deludente.
Insomma il modello di sviluppo della città va alla velocità più di Assimpredil che delle innegabili difficoltà e urgenze delle periferie, del problema inquinamento, delle disuguaglianze umane e sociali, del lavoro per i giovani, della sostenibilità della vita degli anziani, delle esigenze urgenti dei disabili etc.
Ci sono quartieri belli e seduttivi dove però le barriere architettoniche rimangono barriere e nello stesso tempo periferie dove non c’è nulla di attrattivo né per gli abitanti stessi né per quelli che, dal centro potrebbero decentrarsi, per un giorno o per tutta la vita.
Già perché la gentrification sta regalando la città alle lobby finanziarie, ai grandi gruppi immobiliari internazionali, e non solo al Qatar. Vediamo crescere il cemento ma non ci sono garanzie supplementari come avrebbero dovuto essere gli scali ferroviari, intanto il consumo del suolo cresce anche se il PGT vorrebbe tendere allo zero.
Ma come farà Sala a trovare il coraggio di dire che lo sviluppo della città non è affatto appannaggio divino degli imprenditori e che ogni decisione andrebbe sottoposta ad un debat publique non formale ma sostanziale, non solo vetrine di assessori sgamati, non solo passerelle di tecnici a volte obsoleti.
Più che di una “gentrification” si sta assistendo ad una “centriification” del progetto di un centro sinistra, forte in questo mandato, ma risicato , molto probabilmente, nel 2021, quando Beppe Sala ha fatto capire che si candiderà per una seconda sindacatura.
Riuscirà da adesso in poi a far sì che municipi in mano alla destra più ignorante ridiventino di sinistra o almeno di centro sinistra (non da solo, naturalmente)?
Ci vogliono scelte coraggiose e in controtendenza che la giunta non sembra in grado di portare avanti, purtroppo, e che il PD non riesce a condizionare (o non vuole).
Lo stadio, le olimpiadi, gli scali ferroviari, la città senz’auto, la salute fisica e mentale dei cittadini, le corsie preferenziali per disabili e disagiati, saranno terreni di confronto oppure ormai i giochi sono fatti? Le mitiche periferie rischiano di aderire in massa a Fratelli d’ Italia, il che sarebbe una novità letale.
Ho imparato ad apprezzare Sala solo dopo che venne eletto, e non solo per la sua anima antifascista che ovviamente condivido, ma anche per la sua capacità di tenere le antenne dritte sulla città dei diritti, sull’accoglienza: ora gli chiedo, gli chiedono tutti di non fare vincere Salvini al prossimo giro. Per far questo deve far ristrutturare la città in ottica emergenza climatica e sociale, facendo capire ai cittadini che è possibile cambiare un modello di città che nelle disuguaglianze raggiunge il suo apice di seduttività fashion da archistarlettes. Una contraddizione in termini nella quale se da una parte si costruiscono esperimenti estetici “global” dall’altra, i costi delle case, le disponibilità delle stesse, gli affitti diventano insostenibili anche per la classe media, figuriamoci per le situazioni più fragili. Crollato il modello delle case popolari non sembra esserci alternativa, se non emigrare nelle città satelliti.
Nessuno chiede di ritornare alla Milano grigia degli anni ‘80 e ‘90, ma di avvicinarsi di più a Copenaghen, e Parigi, piuttosto che a Londra o NYC. Ma per far questo ci vogliono grandi imprese sociali e progettuali, non solo cioccolatini e caramelle politiche.

Giuseppe Pino Rosa

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