IL RITORNO DELLA FRONTIERA (PER NOI)

IL RITORNO DELLA FRONTIERA (PER NOI)

Un articolo del geografo Matteo Bolocan e dell’urbanista Luca Gaeta, entrambi del Politecnico di Milano, sul contagio e i confini (uscito su Repubblica qualche giorno fa.
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La repentina diffusione del virus e la sua amplificazione mediatica impattano sulla dimensione temporale delle nostre vite. Tempi di incubazione, tempi di quarantena e di guarigione. Tempi entro i quali dovremo sottostare a nuove norme di contenimento dell’emergenza. Fino a quando la frequentazione dei locali pubblici, degli spazi culturali o degli eventi sportivi sarà limitata o persino negata? Da giorni, i ritmi e le prospettive delle nostre giornate sono prevalentemente dominate da un tempo inconsueto: quello rallentato in forma sorprendente a Milano, città del movimento per antonomasia, e quello che aneliamo a riconquistare sia individualmente, sia nelle forme collettive del vivere associato. Tutto ciò è decisivo, non lo si può sottacere. Ma poi, intrecciata a questa dimensione del tempo o, meglio, dei tempi, vi sono le dimensioni dello spazio. Quelle di prossimità, anche le più intime, relative alle distanze e alle interferenze tra i corpi, magari mascherati. Oltre a quelle concernenti gli ambienti di vita, dalla casa al quartiere, dai luoghi di lavoro ai servizi. Fino alle spazialità di ordine superiore vissute e percepite sui media, rilevate nelle molte mappe del contagio riprodotte ovunque in molteplici scale Co- muni, Regioni, zone rosse e gialle per contenere il virus fino agli Stati nazionali e allo spazio-mondo. Più che mai interconnesso, più che mai protezionistico. E proprio su questa contraddizione spaziale che vogliamo richiamare l’attenzione. Intrecciata a quella dei tempi, la dimensione degli spazi è oggi altrettanto sollecitata dagli eventi epidemici. Ma diversamente dalla “naturale” vocazione a pensare e mettere a tema il tempo, la riconfigurazione degli spazi per effetto dell’epidemia è una problematica che oscilla tra considerazioni banali (spesso descritte in forme poco sorvegliate e con categorie approssimative) e colpevoli sottovalutazioni. Come è noto, il Paese considera il sapere geografico come una conoscenza inerte e poco interessante, anche in termini di curricula didattici. Un’informazione, quella spaziale, che viene al massimo strillata nei titoli dei giornali e impiegata per alimentare una retorica stanca e ripetitiva: la fine dei confini e l’avvento del mondo globalizzato. Tuttavia c’è di più, molto di più da riflettere riguardo al tema dei confini, che merita di essere considerato con una certa attenzione. Se è pur vero, e non certo da oggi, che molti fenomeni dal cambiamento climatico all’inquinamento, dalle migrazioni fino alle epidemie, per l’appunto trasgrediscono le frontiere che descrivono la scacchiera degli Stati-nazione, è altrettanto vero che le frontiere negate mostrano poi in un certo senso di reagire. E lo fanno secondo principi non sempre democratici e trasparenti. La “militarizzazione” dei luoghi, i campi profughi, gli ospedali delle quarantene, l’interruzione della circolazione alle diverse scale (dai Comuni del Lodigiano al blocco dei collegamenti aerei tra nazioni) in ordine a ragioni sanitarie e di emergenza non ci parlano solo di un “ritorno della frontiera”. Ma ci dicono pure con chiarezza che la produzione di confini che sono cosa diversa dalle frontiere intese come linee di demarcazione della sovranità statuale è costitutiva, potremmo dire, della dinamica sociale in tutte le sue manifestazioni. I confini materiali e simbolici sono forme di inclusione ed esclusione sociale, dal carattere transitorio o permanente, talvolta violente. I confmi regolano incessantemente la riproduzione sociale, ma pure spaziale, delle nostre città e regioni. Questo è un dato della realtà sociale sul quale meditiamo poco e male. E del quale ci stupiamo in situazioni di emergenza, quando confini che di solito attraversiamo senza prestare loro la minima attenzione esprimono confmamento immediato, cioè un esercizio del potere di esclusione in forme repentine e dichiarate, anzi reclamate a più voci su tutti i mezzi di comunicazione ufficiali e istituzionali. È dunque consigliabile acquisire consapevolezza diffusa circa i modi e le regole della “produzione dello spazio”, sia in tempi di eccezione, sia quando si torna all’apparente normalità del vivere civile. Anche per apprezzare meglio la riconquista progressiva della città e della libertà di muoversi e socializzare. Anche per porci il dubbio di cosa succede se siamo noi lodigiani, lombardi, italiani quelli a cui viene impedito di attraversare i confini.

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