IMPRENDITORE E DIPENDENTE, FIDUCIA INCONDIZIONATA O RELAZIONE LOGORANTE?

IMPRENDITORE E DIPENDENTE, FIDUCIA INCONDIZIONATA O RELAZIONE LOGORANTE?

Secondo fonti ISTAT, la produzione in Italia è scesa dell’1,2%, la fiducia delle imprese e dei consumatori è scesa di due punti percentuali su base annua. Oltre ad avere un impatto notevole sull’andamento dell’economia italiana, la mancanza di fiducia può interessare anche la relazione tra imprenditore e dipendente?
Spesso si instaurano relazioni positivamente forti tra un titolare d’azienda e un dipendente, ci sono casi in cui gli operai stessi si trasformano in imprenditori pur di salvare dal fallimento l’azienda per cui lavorano (c.d. Workers BuyOut), altre volte invece i due soggetti non riescono a costruire un rapporto di fiducia reciproca.
La fiducia però passa da una variabile di rilevante importanza, il compenso elargito ovvero percepito.
Esistono innumerevoli casi di lavoro sottopagato, spaziando dal compenso orario destinato ai braccianti agricoli, al compenso destinato ai riders, dalle classi medie dell’artigianato, alle fasce medio-alte di chi effettua il lavoro su turni notturni.
Esistono casi invece in cui un dipendente percepisce dodici mensilità in busta paga, dimezzate però (illegalmente) in fase di liquidazione mensile del compenso.
Una busta paga che supera nettamente il salario reale dichiarato, restituisce condizioni inique. Condizioni che a loro volta rimandano ad un’incapacità da parte del dipendente di accantonare denaro e sperare, magari un giorno, di costituire una propria attività indipendente.
Come può un titolare d’azienda sottopagare il proprio dipendente ed ottenere da quest’ultimo fiducia incondizionata? Semplice, attraverso la mutualità. Un datore di lavoro che salendo su un piedistallo e dettando regole, per la maggior parte delle volte inique, trova accondiscendenza ed ottiene rispetto da parte del dipendente. Quest’ultimo ne accetta le condizioni e osserva dal basso verso l’alto il soggetto che permette a lui ed alla sua famiglia il sostentamento.
Se invece il titolare pagasse un dipendente come da contratto collettivo nazionale, permetterebbe a quest’ultimo, escluse le spese quotidiane di mero sostentamento, di accumulare danaro al fine di creare una propria azienda, una propria indipendenza, un proprio portafoglio di clienti. Il tutto a discapito degli affari del titolare stesso.
Guardando la questione dal lato opposto, ci sono titolari onesti che pur di retribuire i propri dipendenti, fulcro del proprio sostentamento e senza i quali non riuscirebbe a produrre, spesso si ritrovano ad introitare meno di quanto elargiscono ai propri sottoposti. Esistono altri casi invece in cui il titolare mette a disposizione materiale ed immobili per permettere ai propri operai di introitare degli extra fuori dall’orario di lavoro.
Mi viene in mente un imprenditore di spicco del distretto del salotto, Pasquale Natuzzi, titolare dell’omonima azienda Divani&Divani. A lungo contestato per le sue smanie di delocalizzazione nell’Est Europa, in Brasile ed in Cina, affermava a sua difesa che, la maggior parte della concorrenza sul mercato era rappresentata dai suoi stessi operai. Operai che fuori dall’orario di lavoro, “arrotondavano” lo stipendio nei garage di proprietà con attività di manutenzione ordinaria degli stessi salotti che Divani&Divani by Natuzzi aveva venduto qualche tempo addietro nei propri punti vendita. Citava situazioni in cui i suoi stessi operai, in cassa integrazione, lavoravano (a nero) per conto di terzisti afferenti ai maggiori competitors di Natuzzi. Fornendo non solo manodopera, ma anche proprietà intellettuali, in una vera ottica di spionaggio industriale.
Insomma, voi da che parte state. Siete fiduciosi o logorati?

Michele Bisaccia

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