ITALIANI

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Il giurista Valerio Onida che spiega il valore della Costituzione italiana «scritta per tutti noi e voi, nessuno escluso». Il dirigente Marco Fassino che regala ad ognuno il prezioso volume con il tricolore sullo sfondo e un certo fare solenne. Eccola, la grande festa andata in scena ieri all’istituto Oriani Mazzini di via Pisa, zona Bisceglie, per celebrare la cittadinanza agognata, attesa e finalmente — al compimento dei diciotto anni — ottenuta da ventiquattro studenti.
Radici nei cinque continenti, cresciuti a Milano, naturalezza estrema (ancorché non ovvia) nel convivere quotidiano con i compagni italiani di prima generazione. «Non vedo l’ora di votare per esempio alle europee e viaggiare dappertutto senza complicazioni — sospira Coumba Mbow dal Senegal, quattro fratelli con la cittadinanza —. A casa nostra è un paradosso, ci sono disparità, oltre a me l’aspetta anche mia mamma».
Da lì, dalle loro voci, si leva la difesa del «diritto negato», quello alla cittadinanza anche prima dei 18 anni, e più in generale «il rispetto dei valori della convivenza civile, dell’accoglienza e del pluralismo sanciti dalla Costituzione e talvolta messi in discussione, in questa fase della storia repubblicana, persino da alcuni al governo», si scalda Naoka Fernando, madre dalle Filippine, padre in Sri Lanka.
Alla Oriani Mazzini il 30 per cento degli allievi ha origini straniere (a Milano la percentuale è 1 su 5, in Italia meno di 1 su 10, ndr). Tutti insieme ragazzi e molti docenti si schierano a favore dello ius soli temperato per chi è nato e cresciuto in Italia (il disegno di legge presentato nel 2015 e approvato alla Camera, si era arenato in Senato, ndr). Questa scuola fa dei diritti civili un vessillo, gli adolescenti paiono preparatissimi.
Un pensiero va alla famiglia rom accolta all’arrivo nel nuovo alloggio popolare da insulti, minacce e parole d’odio a Casal Bruciato, Roma. «L’etimologia della parola “odio” è dal sanscrito, “spingere indietro”, dunque respingere. Respingere è la paura di relazionarsi con gli altri. I nostri professori ci insegnano il contrario», considera Hagar Salem, radici in Egitto, papà custode e mamma cameriera, futuro medico. «Diffondere il rispetto per le istituzioni italiane che alcuni vorrebbero screditare diventa nostro impegno ancora più preciso», rilanciano Jennifer Abrego Hernàndez, parenti in El Salvador come Steven Acevedo Centeno, che vive a Milano con sorella e mamma mentre il papà è negli Stati Uniti: «Voglio studiare cinematografia, produrre qualcosa di bello per l’Italia, magari vincere un premio». Nermin Shenishen è arrivata solto tre anni fa, «ho imparato velocissima a parlare italiano, è il mio modo per dire quanto ci tengo a integrarmi», dice parlando fluente. Rilancia la loro prof, Virginia Guarneri: «Per loro questo è un passaggio importante a livello sociale e anche umano. Una sorta di iniziazione, come il diploma o la laurea».
Alcuni, tra loro, hanno conservato la doppia cittadinanza, come Kathleen Salazar, genitori nati nelle Filippine: «Mi sarebbe parso penalizzante rinunciare alla mia provenienza originaria, avrei negato una parte di me — riflette —. La verità invece, la bella verità, è che ci sentiamo misti: di questa mescolanza arricchiamo il territorio, cioè l’Italia».

Elisabetta Andreis

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