LA BALLATA DI MUSA

LA BALLATA DI MUSA
Poteva essere cantata da Fabrizio De Andrè la storia di Musa Balde, 23 anni, della Guinea. È una tragedia che finisce proprio in Liguria, la regione del cantautore. Immigrato, picchiato, rinchiuso, si uccide.
Una storia come tante ma questa volte abbiamo visto il video di quando viene preso a bastonate a Ventimiglia. E il video gira sui social, suscita indignazione e arriva sulle pagine dei giornali. Grazie al video e ai social la storia viene seguita fino al suo triste epilogo.
Da una parte abbiamo un immigrato irregolare che avrebbe tentato di rubare un cellulare, dall’altra tre persone che lo sorprendono e lo prendono a sprangate. Poi arrivano le istituzioni che prima lo curano (fisicamente) e, uscito dall’ospedale, lo rinchiudono in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) a Torino. Messo in isolamento per questioni sanitarie, un sabato sera Musa prende il lenzuolo, lo attorciglia per creare una corda e s’impicca. Muore proprio come Michè della famosa canzone di De Andrè.
Oltre alla cronaca dei giornali, ci rimane una storia tragica, e come nella tragedia il finale diventa chiarificatore e liberatorio. Liberatorio per Musa, che così è riuscito a liberarsi dalla prigione in cui era rinchiuso e, forse, anche dai suoi fantasmi. Chiarificatore per noi.
Ci è chiaro che alcuni esseri umani vivono vite tragiche che non possono risolversi in bene ma possono solo finire peggio. Ci è chiaro che un piccolo furto di cellulare può essere commesso dalla disperazione, dalla mancanza di alternative.
Ci è chiaro che non tutti sono capaci di capire la disperazione di una persona, e che forse qualcuno crede sia giusto bastonare chi tenta di rubare un cellulare, così come sparare a chi ruba dei gioielli.
Ci è chiaro che qualcosa nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) non funziona e che seppur “lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”, questa assistenza non funziona, così come non funziona nelle carceri e in tutte quelle situazioni dove ce n’è veramente bisogno. A Milano, in via Corelli, ci sono rivolte praticamente ogni settimana, tutte le volte che la disperazione prende forma. E chi non ha la forza di arrabbiarsi, soccombe, rimanendogli solo una possibilità per uscire e mettere fine alla sua disperazione. L’aveva cantato tanti anni fa De Andrè
l’avevan perciò condannato
vent’anni in prigione a marcir
però adesso che lui s’è impiccato
la porta gli devono aprir

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