La casa col buco

La casa col buco

È di ieri la notizia che lo stabile di via Mosso 4 (quello che in quartiere tutti chiamano la casa con il buco) sarà, finalmente, assegnata dalla ANSBC (Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati) all’assessorato Comune di Milano – Politiche sociali.
Il bene (una palazzina sequestrata a un finanziere bresciano impegnato, tra le altre cose, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) era, da mesi, al centro di una “contesa” tra il Comune e il quartiere, da una parte – che, in più occasioni, avevano chiesto l’assegnazione del bene – e l’Agenzia, dall’altra, che sembrava voler mettere in vendita lo stabile.
Intanto, la “casa con il buco” restava lì, abbandonata, occupata, con il cortile pieno di immondizia, di macerie, di bottiglie usate per fumare crack. E con una vecchia cinquecento gialla in un angolo.
Un buco nero proprio nel punto dove sta prendendo forma la rigenerazione, urbana e sociale, di via Padova: di fronte all’ex convitto del Parco Trotter che sarà restituito al quartiere tra poche settimane, con nuovi spazi per la scuola e un’area di oltre 2.500 metri quadri che si aprirà al quartiere e alla città.
Dall’altro lato, le vie Arquà e Clitumno, luoghi simbolo – oltre che reali – di quel disagio abitativo che è all’origine dei mali di via Padova; proprio quelle via Arquà e via Clitumno che sono al centro del progetto presentato dal Comune di Milano a un bando europeo per sperimentare, per la prima volta in Italia, l’intervento del pubblico sulla qualità dell’abitare privato – un tema che attraversa le periferie di tutte le città italiane, grandi e meno grandi, e che dovrebbe essere al centro dell’agenda politica nazionale molto più della cosiddetta emergenza migranti.
Oggi il quadro si completa con l’assegnazione di via Mosso 4 all’assessorato alle Politiche Sociali che, dopo lo sgombero e la bonifica, la metterà a disposizione del quartiere con l’obiettivo – dichiara l’assessore Pierfrancesco Majorino – “di farne una cosa molto particolare, oltre l’intervento sociale tradizionale”, pensando “a un luogo utile allo sviluppo del quartiere, coinvolgendo anche i privati e le imprese, oltre alle associazioni”.
L’auspicio è che si voglia sperimentare il coinvolgimento del privato nella rigenerazione di un quartiere senza perdere il protagonismo del Comune e del territorio.
Una sperimentazione che, in fondo, può nascere solo in un luogo come via Padova che, con il suo essere multietnica, colorata, periferia pur vicinissima al centro, è davvero il luogo simbolo della città e del mondo che cambia.
E una sperimentazione che potrà nascere grazie alla collaborazione di Comune, cittadini, associazioni e politica, uniti nella battaglia per via Mosso 4.
Elena Comelli

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