la città, le bici e qualcosa che non va

la città, le bici e qualcosa che non va

“Un paese è sviluppato non quando i poveri possiedono più automobili, ma quando i ricchi usano mezzi pubblici e biciclette”
È la provocazione lanciata qualche anno fa dal sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, che racconta in poche parole come l’aumento del potere d’acquisto porti al miglioramento della qualità della vita solo se accompagnato da una crescita culturale e da un senso civico diffuso tra la popolazione.
Senso civico che significa consapevolezza dell’impatto ambientale della propria automobile che, usata e abusata, incide negativamente sulla salute, propria e altrui, e in generale sulla qualità della vita in città.
Senso civico che porta, in modo quasi naturale, a privilegiare i mezzi pubblici e la bicicletta.
Per usare mezzi pubblici e le biciclette non basta però essere “ricchi” e consapevoli, serve avere a disposizione mezzi pubblici, biciclette e piste ciclabili diffuse e sapere che, muovendosi in bicicletta, non si corrono rischi eccessivi.
Milano oggi è la capitale italiana dello sharing, del bike sharing prima di tutto, con le bici a flusso libero (ofo e Mobike) che hanno affiancato le più tradizionali BikeMi del Comune che, con i loro stalli fissi, non raggiungono le zone più periferiche della città.
Una rivoluzione, si era detto all’epoca dell’invasione delle bici gialle e arancioni; una rivoluzione salutata con entusiasmo da alcuni e con fastidio da altri (ricordiamo la campagna lanciata da Repubblica per denunciare il parcheggio selvaggio delle bici colorate, evidentemente più fastidioso del parcheggio selvaggio delle automobili, pur spesso grigie e nere).
Poi qualcosa è cambiato.
Prima il costo, che dagli iniziali 20 centesimi è passato a non meno di 50 centesimi per la prima mezz’ora di utilizzo (il costo dipende dall’operatore e dal modello di bicicletta utilizzata).
Un aumento sensibile, decisamente sensibile, che inevitabilmente incentiva l’utilizzo saltuario piuttosto che quello regolare delle bici a flusso libero e che, in ultima analisi, penalizza chi vive nelle periferie, dove non ci sono gli stalli BikeMi e dove il flusso libero è (ed era) l’unica possibilità di accedere al magico mondo dello sharing.
Poi è arrivata la decisione, raccontata oggi sul Corriere, di Mobike di limitare l’uso delle proprie biciclette entro confini stabiliti dall’azienda che “identificano ed escludono” le aree considerate meno sicure e che, guarda caso, sono proprio in periferia (una vicenda che richiama quella di car2go che, nell’agosto 2015, aveva aumentato le tariffe per l’utilizzo al di fuori della circonvallazione).
E allora, per riprendere la provocazione del sindaco Gustavo Petro, oggi Milano è un po’ più povera in periferia.
Elena Comelli
P.S.
(Forse?) poco o nulla si può fare per imporre a aziende private (che pur gestiscono una concessione pubblica) di garantire lo stesso servizio a tutta la città e di assumersi il rischio di impresa (perché di questo si tratta) con aree più redditizie e aree meno redditizie
Una cosa si può fare, senza più rimandare: estendere ulteriormente la rete BikeMi fino a raggiungere in modo capillare le periferie, valorizzando la capacità del pubblico di mettere al primo posto l’uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini.
E lavorare, intanto, per influenzare e indirizzare le scelte degli investitori e dei concessionari privati, facendo capire in modo chiaro e netto che, a Milano, quando si parla di servizi ai cittadini non ci sono centri e periferie.

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