LA MEMORIA CHE VOGLIO TRASMETTERE, VISTO CHE QUELLI CHE NON SONO MORTI ALLORA, AD UNO AD UNO CI STANNO LASCIANDO

LA MEMORIA CHE VOGLIO TRASMETTERE, VISTO CHE QUELLI CHE NON SONO MORTI ALLORA, AD UNO AD UNO CI STANNO LASCIANDO
Sul treno per Mathausen, Pinot, che non era mai andato oltre Torino e Torre Pellice, aveva stati d’animo diversi, un turbamento profondo che non sapeva spiegare con le parole neppure a sé stesso. Naturalmente lui non sapeva nulla della destinazione di quel viaggio, su carri bestiame, pieni di uomini stanchi e spaventati.
Rabbia a momenti, rassegnazione in altri, nostalgia e preoccupazione si alternavano nel suo cuore. Dove ci stanno portando, quando torneremo a casa?
L’avevano prelevato i fascisti senza dargli il tempo di organizzarsi, di parlare un attimo con Ines e i figli: c’erano tante cose in sospeso, tanto lavoro da fare, un po’ di debiti da pagare. Ma cosa avrebbe potuto dir loro. Erano tutti troppo giovani: tre adolescenti e un bambino di 4 mesi.
C’erano le ruote da completare con i raggi, le forcelle che gli aveva ordinato una ditta di Torino, c’era da organizzare la rimessa delle bici, sempre più grande, c’era da presidiare il distributore di benzina che aveva ottenuto con tanti sacrifici. Che ne sapevano loro di tutto quello che aveva in ballo e che lo aveva portato da essere operaio bambino a piccolo artigiano orgoglioso ma non vanitoso. Dalla terza elementare in poi non aveva più studiato, ma sempre lavorato tanto e sodo, con una forza di riscatto incessante e costruttiva, per sé, per la sua famiglia, sorelle, zie, nipoti, cognati, della quale si sentiva il garante e il protettore.
Dentro al rumore chiassoso e snervante del vagone merci il suo pensiero andava spesso ad Ines, la moglie accogliente, ma prudente e timorosa, che gli aveva sempre raccomandato –Pinot, hai una famiglia, piantala con la politica, non esporti…- Insomma delle parole così, spesso inutili per lui, perché le donne purtroppo hanno un sesto senso che permette loro di percepire il pericolo, di fiutare l’invidia.
Ines, era gioviale, ma non si lasciava andare facilmente, tutta presa dai suoi quattro figli e dal lavoro. A volte Pinot, dopo cena, accendeva la radio e, con la musica come sfondo, la prendeva fra le braccia cercando di farla ballare, ma lei si ritraeva, si vergognava, davanti ai bambini.
Ines era molto cattolica, andava in chiesa spesso, prima che un prete la rimproverasse, in confessionale, per avere fatto tardi, a 40 anni, ancora un figlio –Alla sua età, signora, certe cose non si fanno più, è peccato! – Ines da quel giorno in chiesa non ci andò più, per molto tempo, offesa e umiliata, ma in casa c’erano angoli bui con immagini sacre e rosari, sgranocchiati alla sera, nel mese mariano, come rito obbligatorio e forse scaramantico. Subito dopocena, arrivavano le vicine ed era tutto un nelprimomistero,paternostro, avemaria…
Pinot al sentire recitare le giaculatorie prendeva il nervoso e usciva di casa recandosi al caffè Torino, per bere qualche bicchiere, giocare a scopa e sfottere i fascisti lì presenti.
Quella sera, nella quale costrinse il podestà a cantare bandiera rossa, rimase storica, nel racconto quotidiano in paese, ma gli costò questo destino, quello di essere stato caricato su un treno a destinazione ignota.
Quella sera famosa, qualche bicchiere di troppo, che non erano mai più di due o tre, gli sarebbe costata la vita. Un brivido gli percorreva la schiena , a pensarci. Adesso sì che si rendeva conto, povera Ines.
Gli venivano in mente, durante i soprassalti sulle rotaie, tra veglia e sonno, i volti e i nomi di quelli che lo detestavano e che lui orgogliosamente ricambiava con insofferenza.
Ma era così grave quello che diceva in quelle serate al caffè, era così sconvolgente da suscitare odio mortale nei suoi confronti?
Quel che faceva glielo suggeriva l’istinto non la cultura. Non faceva, in fondo, che dire -Abbasso Mussolini, viva il socialismo- e gli sembrava che tutti dovessero condividere questo sentimento.
Essere socialista per lui era un sentimento, una serie di stati d’animo. Per le spiegazioni e gli approfondimenti avevano tutti delegato, nel loro gruppo, l’avvocato Vineis, vecchio intellettuale, socialista da sempre, amico degli ebrei. Sul treno c’era anche lui, insieme ad altri quattro o cinque altri, beccati per ordine dei fasci o per caso (continua).
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Giuseppe Pino Rosa

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