LA MEMORIA È DI TUTTI E DI OGNI GIORNO

LA MEMORIA È DI TUTTI E DI OGNI GIORNO
“Venga in via Impastato, al civico 7”. Peccato che la via Impastato è una distesa di prati, non c’è una strada con il nome, non c’è neanche l’ombra di numero civico. Mi sono persa duecento volte. Ma la comunità tra le roulotte, nel mezzo del campo rom, ha montato una casella della posta ben visibile: rossa. Forse per dire: «esistiamo, abbiamo un Luogo».
Li abita il signor Goffredo, 82 anni, l’unico rom del Nord Italia sopravvissuto alla deportazione, ai campi di internamento, alla Porrajmos.
«Avevo quasi cinque anni, era la primavera del 1943. Sono arrivati a Postumia, dove abitavamo in Slovenia, tra Lubiana e Trieste. Mi hanno separato da mio padre e dagli zii che sono stati portati nel campo di concentramento di Birkenau, Zigeunelager B II E. Non sono mai usciti da lì. Noi siamo stati caricati e ammassati sui carri bestiame. Deportati. Destinazione: ignota. Molto tempo dopo abbiamo saputo che eravamo a Tossicia, vicino a Teramo, uno dei 50 campi di internamento per zingari». Goffredo Bezzecchi, 80 anni, rom harvati (il ceppo originario delle terre di confine cedute alla Jugoslavia nel 1947), è l’unico nel Nord Italia a essere sopravvissuto al Porrajmos (lo sterminio di rom e sinti) e l’unico in Italia ad aver ricevuto una targa d’argento dalle istituzioni. «È andato mio figlio Giorgio a prenderla al Senato, l’anno scorso. Io mi muovo a fatica. Ma oggi di quella targa già non si ricorda più nessuno. Per il giorno della memoria, nella mia città, Milano, nessuno mi ha invitato. I rom vengono chiamati a suonare musiche folkloristiche, non a dare testimonianza» spiega sul divano di una casetta nel campo autorizzato al metrò di San Donato.
Cumuli di spazzatura, roulotte, baracche: ma la comunità ha fatto mettere nel centro del prato una casella della posta che quasi commuove. «A volte qualche lettera arriva» sorride Goffredo. Soffre un po’ di Alzheimer, a tratti è poco lucido sul presente, ma ricorda benissimo quei tempi lontani e bui. «Abbiamo patito la fame e il freddo, avevamo solo un vestito leggero e niente scarpe. Quando è arrivata la neve, c’erano solo due coperte per tutti. Uno sfregio, volevano metterci uno contro l’altro. Ma non ci sono riusciti». Prova ancora la stessa paura: «Più di tutto mi faceva impressione l’idea della clandestinità. Ci avevano internato in quei tre cubi di cemento, solo qualche volta ci permettevano di andare, controllati, a chiedere l’elemosina. I contadini allora ci davano qualcosa, polenta o latte. Era l’unico gesto di umanità in mezzo a un mare di pianto. Un po’ come i migranti che stanno sulle barche nel Mediterraneo: nessuno ci voleva».
Più di un anno terribile a Tossicia in Abruzzo, poi un giorno i carabinieri li hanno lasciati scappare, poco prima che arrivassero i tedeschi per portarli nei campi di sterminio: «La versione ufficiale, però, è che siamo scappati senza che loro lo volessero, scalzi, in una notte piovigginosa, in mezzo alle campagne». La paura, oggi, «è che quei giorni ritornino – si fa cupo Goffredo -. L’aria che si respira è pesante. Il presidente della Repubblica Mattarella ha avvertito: il virus del razzismo potrebbe risvegliarsi. Il ministro dell’Interno ha detto più volte che vuole sgomberare i campi rom. Eravamo stati schedati nel 1941, poi di nuovo una mattina all’alba, nel 2008. Un altro censimento, oggi, mi farebbe paura. Per quello che ho passato, lo assocerei a colori foschi. Spero di non vedere mai più quel nero che ho vissuto».
Elisabetta Andreis

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