LA MEMORIA È OGNI GIORNO PERCHé SE NO SUCCEDONO QUESTE COSE

LA MEMORIA È OGNI GIORNO PERCHé SE NO SUCCEDONO QUESTE COSE
Rilanciamo questo post dello scrittore e giornalista Giacomo Papi che non c’entra nulla con la nostra associazione, ma anzi siamo noi a ringraziare lui per questo testo pubblicato su la Repubblica da divulgare.
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Due anni fa in una stand di Militalia, una fiera di cimeli militari di Novegro, in provincia di Milano, vendevano l’uniforme di un prigioniero di Auschwitz, ancora sporca di sangue. Non sono riuscito a sapere se fosse autentica, ma costava 11 mila euro. I barattoli di Zyglon B erano in vendita a 400 euro. Di seguito l’articolo che scrissi allora per Repubblica.
«Credo proprio sia sangue», mi spiega il venditore, indicando le macchie sull’uniforme a righe di un prigioniero di Dachau appesa alle sue spalle. «Costa 11 mila euro. Ne avevo due, ma una l’ho già venduta a un museo di Vancouver». A Militalia, «la più importante fiera italiana di cimeli di guerra» che si svolge dal 1969 a Novegro, Milano, capita di vedere esposte anche due divise di deportati. La prima è intonsa, ha larghe strisce blu e il triangolo verde che classificava i detenuti comuni. La seconda è lisa e sporca di macchie color ruggine. Il venditore è un signore di Pistoia con grandi baffi neri che fuma, anche se sull’insegna c’è scritto: «Manattini Jessica, Pietrasanta, Lu».
Mi invita a spostarmi dietro il banco per esaminare da vicino la merce: due triangoli rosso e giallo cuciti sul petto formano la stella dei prigionieri ebrei politici. «Ho anche gli zoccoli», aggiunge, gentile. Sembrano di cartone e sono così piccoli che immagino i piedi che li hanno abitati. È una partita acquistata a Monaco, in Germania, intorno al 1980, ma non vuole rivelare di più. Leggo il numero di matricola: 24597. «È possibile risalire al nome del prigioniero?» chiedo. L’uomo si stringe nelle spalle: «Forse sì, ma bisognerebbe fare qualche ricerca». Sostiene che interessino solo ai musei, ma poi ammette che questo genere di articoli, molti dei quali falsi, piacciono soprattutto a simpatizzanti nazisti. «Pensi che avevo anche alcuni barattoli di Zyklon B, quello delle camere a gas, li ho venduti a 400 euro, tutti». Anche per denti e capelli eventualmente ci sarebbe un mercato.
A Minitalia non si trovano soltanto tute a righe di Dachau esposte senza enfasi come se si trattasse di merce comune. Ci sono divise delle SS, manganelli «Dux Mussolini», busti in bronzo di Benito, piatti e foto ricordo con la faccia di Hitler, svastiche di ogni dimensione, medaglie, berretti, stivali, pistole, mitragliatrici, pugnali. La gente passa, dà un’occhiata e magari si ferma a chiedere il prezzo della divisa nera di un sottufficiale di Dachau appesa di fianco a quelle dei due deportati. È tutto un via vai di famigliole, ragazzini con gli zaini, vecchi paralitici con badante e giovani trainati da cani con la museruola di ferro.
«L’80 per cento del nostro mercato è fatto di amanti di cimeli nazisti», mi dice il titolare dello stand della RBNr Militaria di Prato, mostrandomi un’uniforme della TODT, l’organizzazione responsabile dei rastrellamenti in Centro Italia, in vendita a 2200 euro. «Ma bisogna stare attenti, ci sono molti falsi. Io però le cose dei deportati non le tengo». Tra i visitatori sfilano pittoreschi e impettiti individui in divisa fascista e nazista, prontissimi ai selfie ed entusiasti di mettersi in posa: uno si è vestito da generale della Luftwaffe, con guanti neri di cuoio e pantaloni alla zuava; altri due da fascisti («Siamo gli editori della rivista Legione»); un professore di disegno di Bergamo in pensione e un suo vecchio allievo si mettono in posa in uniforme nazista. «Veniamo qui da quattordici anni» sorride il vecchio, il giovane annuisce, «perché?», chiedo io. «Da un punto di vista militare e come divise i nazisti erano i migliori». E da un punto di vista politico? Il vecchio si fa guardingo: «Non mi occupo di politica, però Hitler…». Davanti all’entrata si aggira pigra una macchina dei carabinieri.
È un carnevale dove il folklore è solo apparente, una messa in scena che attende tempi migliori, che forse stanno arrivando. Oggi la paccottiglia nazista può inglobare senza clamore anche gli oggetti insanguinati delle vittime dello sterminio, autentici o falsi che siano. «Siamo al di là dell’orrore, oltre la Shoah. È la prova che lo scempio della memoria è compiuto e che in un periodo di crisi delle identità queste cose offrono la possibilità di identificarsi, perfino anche con gli assassini», dice Emanuele Fiano, il deputato del Partito democratico figlio di Nedo, deportato ad Auschwitz, che recentemente è stato evocato dal padre di Alessandro Di Battista come mandante della cospirazione ebraica sul curriculum gonfiato di Giuseppe Conte.
Marcello Pezzetti, uno dei maggiori storici della Shoah, si rifiuta di commentare: «È una questione giudiziaria, prima che etica o storica: se il materiale è nazista appartiene allo Stato tedesco e quindi al Museo di Dachau, se invece proviene dalle vittime non può essere venduto senza permesso». Mentre in Francia e Germania si discute di «nuovo antisemitismo», in Italia l’antisemitismo appare vecchissimo, con gli stessi costumi di allora. Questo è stato, è ancora, continua ad accadere. Prima di uscire mi fermo a osservare la camicia del deportato e i suoi zoccoli striminziti di legno e cartone. Cerco di immaginare il suo corpo. Vorrei dargli un nome. In un database online di Dachau il numero di matricola 24597 corrisponde a Franz Sperk, nato a Vienna il 17 ottobre 1896, abitante in Margaretenstrasse, arrivato il 6 aprile 1941, sopravvissuto.

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