L’ambiente è una questione personale

L’ambiente è una questione personale

L’aria, l’acqua, i parchi e le stesse città sono beni comuni, tutti noi, almeno intenzionalmente, li vorremo integri e salvi da ogni nostra malefatta. Siamo cresciuti con un’idea di sviluppo che fonda le sue radici nella rivoluzione industriale, convinti che la terra esiste e pertanto va sfruttata, così anche quest’anno le risorse a nostra disposizione per il 2017 si sono esaurite il 2 agosto, come analizzato da Global Footprint Network, il tasso di consumo perpetrato dall’uomo è 1,7 volte più veloce della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi.

La percezione che qualsiasi forma di salvaguardia all’ambiente è nemica dello sviluppo, come a dire – se volete l’aria pulita dovete rinunciare alle industrie, quindi a posti di lavoro e i prodotti che esse forniscono -, sta lentamente virando verso una consapevolezza sostenibile allo sviluppo, compatibile con l’ambiente, che non sprechi o distrugga le risorse naturali e che sia in grado di sostenersi nel tempo. Deve essere in grado di lasciare alla generazione successiva la stessa dotazione di risorse naturali ereditate da quella precedente, un nuovo modo di agire che pone al centro le conseguenze che lo stesso agire comporta.

Il concetto di sviluppo sostenibile è stato enunciato per la prima volta alle Nazioni Unite nel 1987, nel 1993, con il trattato di Maastrich, anche l’Unione Europea si è fatta promotrice di una crescita sostenibile che rispetti l’ambiente, così negli anni successivi la politica ha prodotto proposte e normative tutte assimilabili al concetto “chi inquina paga”. Questa logica ha iniziato a prendere piede in ambito istituzionale, tra stati e in parte negli ambiti industriali, ma è quasi del tutto inesistente nella quotidianità delle persone. Oggi infatti, chi acquista – a titolo di esempio – un’automobile paga solo il costo delle materie prime e il lavoro impiegati per fabbricarla, ma non i danni ambientali associati alla sua produzione, ne al suo utilizzo.

In questo modo il danno viene valorizzato in denaro, dandone evidenza, con il rischio però di deresponsabilizzare chi, pagando, si possa sentire assolto concretizzando un’azione negativa per se stesso e per la collettività.
Quella stessa collettività che è detentrice di interessi diffusi, che per definizione non essendo interessi concentrati, sono enormemente più deboli e difficili da difendere. È la tragedia dei beni comuni, l’aria, l’acqua, il paesaggio, le città, a tutti interessa che siano mantenuti puliti e incontaminati e tutti sanno quale sia il comportamento più consono, ma ciò costa impegno e la rinuncia di quei vantaggi che la maggioranza delle attività che inquinano portano nell’immediato scaricando su un futuro sempre meno lontano gli effetti negativi.

La sfida non sta tanto nel realizzare leggi che in qualche modo disincentivano alcuni comportamenti, che pur servono, bensì creare consapevolezza e modificare prima di tutto il nostro atteggiamento e l’approccio che abbiamo verso l’ambiente. Riappropriamoci dei beni comuni, l’aria non è di tutti, prima di tutto è mia!
Così, se mi trovo seduto al volante della mia auto a lamentarmi del traffico, dovrei rendermi conto che il traffico sono io, se critico l’aria inquinata di Milano dovrei chiedermi (io) in primis cosa ho fatto per evitare di renderla irrespirabile.

Come abbiamo cura delle nostre cose dovremmo avere cura per l’ambiente, che appunto, risulta nostro anche senza un attestato di proprietà.

Potrebbe sembrare l’invito ad uno nuovo modo di vivere fatto di stenti per conseguire una causa più alta, ma non è così, il fatto che mi piaccia bere birra non fa di me un ubriaco.
Il senso è prendersi cura dell’ambiente come un qualsiasi oggetto a cui teniamo molto e per questo bisogna essere in grado di rendersi conto delle necessità personali e del loro impatto. Se ho la possibilità di usare un mezzo pubblico per il tragitto casa-lavoro, posso evitare l’utilizzo dell’auto, o in alternativa se posso accompagnare uno o più amici o colleghi, evito che ci siano due o più mezzi che fanno lo stesso percorso; o ancora se evito di mangiare tutti i giorni carne, se evito di acquistare determinati prodotti che hanno imballaggi non ecologicamente compatibili o se evito di accendere il riscaldamento in una calda giornata di novembre. Non sono il risultato di una privazione, sono scelte consapevoli e nel pieno rispetto di quella sostenibilità che individualmente ognuno di noi può compiere e che insieme migliorano la nostra salute, l’ambiente e il futuro di chi verrà dopo di noi.

Il trucco è essere sfidanti verso se stessi, il mio impegno è già iniziato: il riscaldamento di casa e dell’ufficio al momento rimane spento, almeno fintanto che le temperature non lo renderanno veramente necessario.
Riuscire in questo modo a creare un circolo virtuoso tale per cui ognuno di noi possa riuscire senza troppa difficoltà ad applicare il concetto di sostenibilità non solo per l’ambiente ma per i vari aspetti della propria esistenza, come nelle relazioni tra persone o su ambiti ancora più complessi come in economia o nella politica ci garantirebbe un’esistenza più giusta ed un futuro migliore al mondo.

 

 

Andrea Chisu

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