Con i lavoratori Amazon, perché l’innovazione non può basarsi sulla riduzione dei diritti

Con i lavoratori Amazon, perché l’innovazione non può basarsi sulla riduzione dei diritti

Lo sciopero dei corrieri di Amazon ci ricorda che se spesso si parla di Artigiano 2.0 e Industria 4.0 , forse sarebbe corretto parlare anche di Lavoro .0.
Il modello di economia che deriva dalla globalizzazione sembra reggersi sempre di più sull’assunto “più profitti meno diritti”.  I cosiddetti global player (quelle che una volta si chiamavano multinazionali) si stanno affermando in posizioni dominanti sui mercati dei generi di consumo, spazzando via intere categorie commerciali e produttive e polverizzando i diritti conquistati in decenni di lotte. I lavoratori del .0 sono oggi chiamati a fornire servizi e a garantire produzioni di qualità a bassissimo costo e,  spesso, con scarsa attenzione anche alle più normali tutele. La spasmodica ricerca del maggior profitto porta sostanzialmente a ricattare coloro che garantiscono l’operatività di queste aziende senza però che venga loro riconosciuta la qualifica, e i conseguenti diritti, di dipendenti nel senso tradizionale.

Si sta affermando sempre di più un modello ibrido di lavoratore che non è né autonomo né dipendente in senso stretto, spesso inserito con contratti di fornitura di servizi in subappalto e con nessuna possibilità di vedere riconosciuta in modo corretto la propria professionalità.

Da una parte abbiamo organizzazioni come Uber che, accanto al merito di aumentare la concorrenza nel settore, propone forme di lavoro e di servizio totalmente spersonalizzate e gestite in remoto. Ci sono poi piattaforme come Foodora, che hanno reintrodotto una forma di cottimo, seppur tecnologico, e stanno rivoluzionando il concetto stesso di ristorazione.
Nel caso degli autisti che lavorano in subappalto per Amazon la questione è quella di vedersi riconosciuto un contratto di lavoro che, per quanto più oneroso per l’azienda, sia maggiormente rispettoso della loro professionalità, mentre per i 270 lavoratori in subappalto di una cooperativa, lasciati a casa da un’azienda del gruppo Saviola che produce mobili in kit per conto di Ikea, la situazione è ancora più odiosa e ha portato ad uno scontro anche fisico con gli altri lavoratori chiamati a sostituirli.

E’ evidente che, di fronte al lavoro .0, il grande compito che hanno davanti sindacati e cooperative sia anche quella di ripensare il proprio ruolo e la propria capacità di rappresentanza.
Resta poi la grande sfida del mondo del lavoro, quella di considerare le innovazioni tecnologiche come uno strumento per migliorare la qualità del lavoro e non come un fine per aumentare semplicemente la produttività a scapito dei diritti.

 

Cesare Castelli

Ti potrebbero interessare