Le chiamano morti bianche…

Le chiamano morti bianche…

Oggi 16 gennaio è l’anniversario di una tragedia che ha colpito non solo il Municipio 2 e la città di Milano, ma la nazione intera: 3 morti sul lavoro seguiti due giorni dopo dalla morte del quarto operaio intossicato in una fabbrica di lavorazione dei metalli a Greco. Una tragedia che ha colpito il tessuto sociale del quartiere dove la fabbrica si trova e dove molti cittadini conoscevano gli operai che vi lavoravano. Ai famigliari delle vittime va il primo pensiero, la nostra vicinanza e solidarietà.
Una tragedia che però non vogliano e non dobbiamo ascrivere alle categorie dell’“infortunio” o, peggio ancora, della “fatalità”. Perché, al di là degli aspetti processuali in cui non vogliamo entrare pur ricordando che la Procura di Milano, a chiusura dell’inchiesta, ha chiesto il rinvio a giudizio del rappresentante dell’azienda per «omicidio colposo plurimo con l’aggravante di aver commesso il fatto in violazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro», queste tragedie sono la conseguenza della mancanza di sicurezza nei posti di lavoro e, più in generale, della totale assenza di una cultura della sicurezza del lavoro, che al contrario viene percepita esclusivamente come un costo.
Le statistiche “ufficiali” le chiamano “morti bianche” ma per noi sono e restano OMICIDI SUL LAVORO. I numeri sono impressionanti: in Italia ogni anno migliaia di lavoratori muoiono sul posto di lavoro: nel 2018 tra gennaio e ottobre i morti secondo l’Inail sono stati 945, con un aumento del 9,4% sull’anno precedente che già aveva visto un ulteriore aumento sul 2016. Cifre spaventose che, se riferite all’ultimo decennio, da quando cioè è in vigore il Testo Unico di salute e sicurezza sul lavoro varato dopo la strage della Thyssen Kroup di Torino, ci parlano di oltre 15.000 morti. Nei primi giorni del 2019 sono purtroppo già a 20 i morti secondo l’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna (l’ultimo segnalato è del 14/1 a Gargnano in provincia di Brescia).
Ma questi sono i numeri “ufficiali”, perché sappiamo benissimo come esista anche tutto il fenomeno del “sommerso”. Spariscono infatti dalle statistiche, non essendo assicurati all’Inail, le forze armate, i vigili del fuoco, innumerevoli partite Iva, i lavoratori in nero, i tantissimi agricoltori schiacciati dai trattori e tanti altri che fanno sembrare questo fenomeno molto più lieve. A morire per “infortuni” sono spesso i lavoratori in appalto: dipendenti di altre aziende, spesso artigianali, muoiono per infortuni nelle aziende stesse. Nessuno si interessa di questi lavoratori figli di un “dio minore”, che non hanno articolo 18 e lavorano in insicurezza senza nessun controllo.
È sconvolgente l’età delle vittime di infortuni: perdono la vita moltissimi giovani sotto i venti e trent’anni, ma soprattutto in tarda età, il 27% di tutti i morti sui luoghi di lavoro hanno dai 61 anni in su (esclusi morti in itinere e sulle strade), una percentuale impressionante. Gli stranieri morti sul lavoro nel 2018 sono stati il 7,1% sul totale.
Le leggi degli ultimi 15-20 anni che hanno liberalizzato il mercato del lavoro senza procurare alcun vantaggio in termini aumento dell’occupazione, anzi al contrario, l’abolizione dell’articolo 18, la diffusione a dismisura del precariato, il Jobs Act e la legge Fornero, hanno fatto peggiorare le condizioni di lavoro, soprattutto tra i neo assunti e i lavoratori più anziani. Le Regioni con più morti sul lavoro sono la Lombardia, il Veneto, la Campania e l’Emilia-Romagna. Tre di queste amministrazioni regionali invece di impegnarsi ad arginare questo fenomeno, pretendono la piena autonomia finanziaria, così da poter distruggere in pochi anni l’Unità del Paese e anche la Sicurezza dei lavoratori.
Siamo convinti che il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro non sia esclusivamente un problema normativo: come accade spesso in Italia le leggi ci sono, ma vanno fatte applicare. C’è certamente un problema di controlli e di risorse limitate degli ispettorati del lavoro (3.500 ispettori per i circa 4,4 milioni di imprese), ma anche in modo significativo, un problema di organizzazione del lavoro, di formazione e di cultura della sicurezza, delle imprese e dei lavoratori.
A fronte di questo quadro preoccupante, a questi numeri impressionanti, che meriterebbero uno sforzo intenso e mirato da parte dello Stato in termini di controllo e di formazione delle imprese e dei lavoratori, cosa fa il “governo del cambiamento”, oltre ad abolire la povertà?
In una delle peggiori e contradditorie legge di bilancio degli ultimi anni, approvata nel solco della peggiore tradizione, votata a colpi di fiducia dal Parlamento il 30 dicembre all’ultimo minuto senza che i parlamentari potessero neanche leggerla, nei 1.143 commi racchiusi in un solo articolo, c’è tutto e il contrario di tutto. E così, tra aumenti della tassazione per le imprese non profit, improbabili “autostrade ciclabili”, tagli indiscriminati all’editoria indipendente, possibilità di affidamento diretto senza gara d’appalto per opere sino a 150.00 euro, ai commi 1121-1126 il governo prevede tagli di fondi per la sicurezza sul lavoro: poiché si prevede la riduzione dei premi e contribuiti per le assicurazioni contro gli infortuni e le malattie professionali (c. 1121), per compensare le minori entrate per l’Inail, si tagliano i fondi per le «risorse strutturali» destinate all’Inail per finanziare progetti di investimento e formazione in salute e sicurezza (c. 1122). 410 milioni di euro in meno tra il 2019 e il 2021!
Ecco, riteniamo non ci potesse essere modo più offensivo e irriverente per ricordare non solo i morti della Lamina di Milano, ma tutte le lavoratrici e tutti e i lavoratori vittime di infortuni e malattie professionali. Ma in fondo da questo governo di aspiranti stregoni non potevamo aspettarci nulla di diverso.

Alberto Ciullini

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