MILANO CAMBIA

MILANO CAMBIA

Nell’invisibile mondo telematico si muovono quantità di denaro che “voi umani non potreste immaginarvi…” (Blade Runner, 1982). Certo, denaro telematico, tanto, capace di modificare lo stato delle cose: “è il capitalismo bellezza” (Capitalism – A love story, 2009) e queste immense quantità di denaro e le sue eccedenze (plusvalore…) devono essere utilizzate. “Il capitalismo ha bisogno dell’urbanizzazione per assorbire i prodotti eccedenti che produce in continuazione. In questo senso emerge una relazione più intima fra lo sviluppo del capitalismo e l’urbanizzazione” (D. Harvey, 2012). La capacità di agire del capitalismo è particolarmente intelligente, animata da un “Realismo capitasta” (M. Fisher, 2018) e, di fronte a questo quadro, “There is not alternative TINA” (M. Tatcher) ci è apparsa per lunghi anni non solo un’affermazione ma una certezza, la fine della storia. Mettere un punto interrogativo è un duro lavoro e forse diventano sempre più interessanti le definizioni gramsciane di “egemonia culturale” e “guerra di posizione”, che ci aiutano a capire meglio come agire. Questo preambolo occorre perché quando si affrontano le questioni urbane si corre spesso il rischio di guerre ideologiche tra un “luddismo” della metropoli, il cantare le progressive sorti del “come è bella la città, come è grande città, piena di luci…” (G. Gaber, 1969) oppure sublimare le gioie della crescita infinita e di fronte ai cambiamenti si discute come delle tende per il salotto buono: a me piacciono gialle, no a me piacciono verdi.
Milano è una città che ha riconquistato la cresta dell’onda dello “sviluppo” (parola difficilissima come crescita e altre del “pensiero moderno”) e questa dinamica sta producendo fenomeni rilevanti le cui ragioni risiedono in un reiterato concerto di azioni che intercettano e attivano “reti corte e lunghe” (A. Bonomi, 2011) del panorama cittadino. Tra questi fenomeni, non ultimo e particolarmente rilevante per la vitalità di una metropoli, la rinascita dell’impegno sociale degli abitanti avvenuta con il governo milanese della sinistra. Fenomeni di rivitalizzazione importanti che si sono intersecati con il successo turistico e di riconoscimento della capacità organizzativa dimostrata con EXPO (anche se il lascito dell’esposizione è particolarmente esiguo). Oggi Milano è una città turistica… chi lo avrebbe mai immaginato venti anni fa? e il turismo è “una industria pesante” (M. Paolini).
Una grande città, localizzata in una zona strategica dell’Europa (vedi le metafore dalla Blue banana in poi), che ha gestito la trasformazione di grandi aree storicamente critiche e incompiute, con una società vivace e attiva, diventa immediatamente un luogo attraente per l’atterraggio dei grandi capitali internazionali, (che per inciso si dimostrano molto meglio dei disastrosi investitori nostrani, tra furbetti del quartierino e PII milanesi disastrati – Rogoredo santa Giulia, Rubattino, p.ta Vittoria, q.re Adriano…) . Ci troviamo dunque nella condizione di guadagnare l’attenzione internazionale e notevoli investimenti infrastrutturali. La domanda è di conseguenza: “come facciamo a governare questo processo?” (dato che opporvisi pare un proposito disperato…).
La pioggia di denaro non è uniforme in tutta la città… anzi, in tutta la regione metropolitana si concentra sul centro storico, l’area Garibaldi Repubblica, Isola, p.ta Romana, porzioni del nord Loreto (NOLO)… un processo di consolidamento di luoghi già strutturati e gentrification di parti di città cariche di identità e vitalità (infatti la riconfigurazione delle aree Falck di Sesto san Giovanni è in affanno e la realizzazione del mega centro commerciale di Segrate risulta ridimensionata e posticipata).
Di fronte a questa trasformazione della città, che da noi arriva dopo quanto avvenuto a Barcellona, Londra, Parigi, Lione, Zurigo, Basilea, Berlino, … insomma un po’ in ritardo nell’Europa; la preoccupazione, in questa fase epocale per Milano, è quella di poter contare su un soggetto pubblico autorevole, che svolga il ruolo di regia dei processi, senza accettare supinamente scelte di altri, ma capace di indicare una strategia e i bisogni della città del futuro, che cresce a partire dalla struttura pubblica, fatta di spazi e servizi innovativi. Il rischio altrimenti è il compiersi de “la città dei ricchi e la città dei poveri” (B. Secchi, 2013); occorre dunque riflettere sul senso di una spazialità urbana che sia patrimonio di tutti, contrastando il formarsi e l’accrescersi delle diseguaglianze sociali, che nella condizione iperurbana in cui viviamo e vivremo sempre più, diventano più accese e laceranti. Una battaglia dentro i processi e non contro i processi.
Gianni Dapri

Ti potrebbero interessare