Milano non si ferma e la periferia paga il conto

Milano non si ferma e la periferia paga il conto

Quando  gli altri ti guardano è interessante scoprire cosa vedono

Un reportage di The Observer a firma Julian Coman, uscito all’inizio di ottobre e pubblicato qualche settimana da Internazionale.

I locali notturni passano di moda rapidamente, ma il Bar Basso di Milano, aperto nel 1967, è un’istituzione in città. Con una combinazione tipicamente milanese di elegante prosperità e arredamento di gusto, è una delle mete preferite dell’élite creativa e dei ricchi che non amano farsi notare. Seduto in disparte in un angolo del locale, Pierluigi Dialuce ci spiega il motivo per cui Milano, dove ha scelto di vivere, riuscirà ad affrontare l’incubo politico che travolge il resto d’Italia. “È probabile che questo paese si stia avvicinando a un momento in cui l’estrema destra e Matteo Salvini conquisteranno il potere”, sottolinea. “Forse si alleeranno con Fratelli d’Italia. A quel punto avremo politiche vicine a quelle di Viktor Orban. Ma Milano resterà quella che è. Non potrebbe essere altrimenti, qui ci sono troppi soldi. E così saremo ancora più diversi dal resto d’Italia. Ma a me sta bene così. Anzi è meglio”. Dialuce è un consulente finanziario sulla trentina che lavora presso una delle tante multinazionali che hanno trasformato Milano in uno snodo di servizi per il capitale internazionale. È cresciuto a Roma, ma si è trasferito al nord tredici anni fa per studiare economia all’Università Bocconi. Per un po’ ha lavorato per la banca Barclays, prima di trasferirsi per un breve periodo all’estero. Oggi è deciso a rimanere nella città più ricca e cosmopolita d’Italia. “Questo posto è cambiato tantissimo negli ultimi anni. È molto più internazionale”, spiega. “Sono stati fatti investimenti enormi e oggi c’è una grande attività culturale. Tutte cose che non si trovano nel resto d’Italia. Il ‘milanese’ non esiste più. Milano è fatta dai professionisti che si sono trasferiti qui perché ci sono opportunità che mancano nelle città dove vivevano. Sono i migliori d’Italia. Qui è in corso una specie di selezione naturale che sta creando una comunità più europea, aperta e tollerante. Milano non è come il resto d’Italia”. Monumento alla ricchezza La sicurezza di Dialuce nasce da un sondaggio effettuato l’anno scorso, secondo cui l’85% dei residenti di Milano non vorrebbe vivere in nessun altro luogo, mentre l’81% crede che la città sia un modello economico da imitare. Parigi, Amsterdam, Monaco e Berlino potrebbero competere con Milano, ma il resto d’Italia, dopo vent’anni di stagnazione economica, può solo sognare di stare al passo con il capoluogo lombardo. Oggi Milano segue un’orbita tutta sua, raccogliendo i ricchi dividendi di un’economia incentrata sulla finanza, la tecnologia, il design e l’innovazione. La città, oltre che ricca, è diventata anche di tendenza. Nel 2020 ospiterà il Vertice mondiale della cultura, mentre nel 2o26 organizzerà le Olimpiadi invernali insieme a Cortina. Investimenti senza precedenti stanno finanziando nuovi progetti edilizi in tutta la città. Nei prossimi quindici anni saranno portati a termine più di quaranta grandi progetti, per un valore complessivo di quasi 19 miliardi di euro. Da quando ad amministrare la città c’è il sindaco di centrosinistra Giuseppe Sala il turismo è aumentato del 50% grazie alla promozione aggressiva delle risorse culturali della città, dai dipinti di Leonardo da Vinci alle attrazioni del fiorente quartiere lgbt di Porta Venezia. Solo le due squadre di calcio, l’ Inter e il Milan, non sono riuscite a tenere il ritmo di crescita e sviluppo della città, anche se l’Inter, ormai di proprietà cinese, oggi è prima in campionato. Più denaro arriva più la città attrae giovani di talento, che a loro volta spingono gli investitori internazionali a scommettere sul futuro. Sono spuntati ovunque monumenti alla ricchezza, come il grattacielo “storto” progettato da Zaha Hadid, affacciato su un parco e su lussuosi condomini residenziali realizzati da Hadid, Daniel Libeskind e dall’architetto giapponese Arata Isozaki. Benvenuti a Milano, una vera città globale. Eppure anche questa storia metropolitana di successo, come altrove in Europa, è costata cara.

A maggio il Centre for european reform, un centro studi con sedi a Londra, Bruxelles e Berlino, ha pubblicato uno studio intitolato The big european sort? The diverging fortunes ofEurope s regions (La grande spartizione europea? Le divergenti fortune delle regioni d’Europa). La parola “spartizione” si riferisce al processo che sta trasformando la demografia dei paesi dell’Unione, e alimenta quella polarizzazione che sta marcando la politica all’interno e all’esterno del vecchio continente. Secondo gli autori dello studio la città postindustriale è una storia di successo basata sulla concentrazione di servizi di fascia alta nelle grandi metropoli. “Negli anni ottanta e novanta”, si legge nello studio, “le aree industriali come la Ruhr in Germania hanno sofferto un declino relativo e in alcuni casi assoluto della produzione. Le città più grandi, spesso capitali come Parigi e Londra, hanno potuto sostituire il calo della produzione industriale con la creazione di servizi di alta qualità”. All’inizio del ventunesimo secolo queste metropoli “reinventate” avevano bisogno di un nuovo tipo di popolazione, “più giovane, più istruita e più ricca rispetto a quella delle città meno prospere e degli altri centri abitati d’Europa”, precisa lo studio. “Oggi i luoghi meno di successo perdono abitanti, soprattutto in paesi la cui popolazione invecchia rapidamente”. Questo miracolo coinvolge solo un nucleo privilegiato della città rapporto, e la conseguenza è una divisione dannosa: da una parte le grandi città, dall’altra i centri abitati e le aree rurali in rapido invecchiamento. “Gli effetti politici di questa spartizione regionale sono prevedibili: frustrazione per il declino economico nelle regioni povere, un senso di crisi della comunità davanti alle partenze dei giovani e la rabbia nei confronti delle `élite’ metropolitane che gestiscono il p aese facendo i propri interessi”. Questo sviluppo preoccupa Christophe Guilluy e Guillaume Faburel, due geografi francesi che riflettono su come la politica del luogo sia ormai importante quanto le politiche di classe, di integrazione e di genere nella comprensione dei sintomi di un’epoca turbolenta. Guilluy, autore di La France périphérique, è un critico accanito di quelle che descrive come le “cittadelle” del ventunesimo secolo, diventate “la vetrina della globalizzazione felice”. Secondo Guilluy le città “superstar” sono solo per un’élite le cui necessità quotidiane sono soddisfate da un precariato sottopagato che vive in periferia. “La classe operaia tradizionale non vive più dove ci sono i posti di lavoro migliori e dove viene creata la ricchezza”, spiega Guilluy. Roberto Camagni, che insegna economia urbana al Politecnico di Milano, ha assistito alla crescita degli ultimi anni con un misto di ammirazione e trepidazione. “Ho pensato che la crescita avrebbe raggiunto un picco e si sarebbe arrestata, invece prosegue”, spiega. Camagni ha calcolato che tra il 2000 e il 2016 la partecipazione di Milano al pil italiano è aumentata del 17,7%. Solo altre quattro città italiane hanno registrato un aumento (al secondo posto, molto distante, c’è Roma, con il 4,4%). Il resto del paese ha fatto passi indietro. “Sono state le grandi città come Milano, e non gli stati, a beneficiare di più della grande ondata d’integrazione arrivata grazie al mercato unico europeo”, sottolinea Camagni. “La città offre finanzieri, avvocati, designer, artisti, cultura e tutto ciò che serve per essere uno snodo internazionale moderno. Mantiene il monopolio sui servizi più costosi, il cui prezzo viene addossato al resto dell’Italia. Nel campo della moda Milano è il primo anello di una catena globale che si chiude con i lavoratori sottopagati del settore tessile in Vietnam. Il problema è che questo miracolo milanese coinvolge solo il milione di persone che rappresenta il nucleo privilegiato della città. Milano si è scrollata di dosso l’hinterland industriale che l’ha resa grande nel ventesimo secolo. Alla fine tutto questo crea un problema di dignità per altri luoghi”.

Luoghi come Melzo, per esempio, il piccolo centro lombardo a circa venti chilometri da Milano, e a non più di venti minuti di treno. Durante il tragitto in treno si passa davanti a terreni incolti e un enorme monumento fatiscente che ricorda un passato lontano in cui l’industria casearia di Melzo era famosa in tutto il paese. Un edificio malinconico è ciò che resta della vecchia sede della galbani. A detta degli abitanti della zona la struttura, abbandonata a metà degli anni ottanta, è diventata un pericolo per la salute pubblica. Le rovine industriali testimoniano la perdita di vocazione di una cittadina orgogliosa, in cui anche l’industria metalmeccanica sta scomparendo. La scorsa estate i metalmeccanici di Melzo erano tra le migliaia di persone che manifestavano a Milano contro la possibile perdita di duemila posti di lavoro nelle acciaierie lombarde. La deindustrializzazione ha trasformato Melzo in una città dormitorio. Antony Bottani, nato e cresciuto a Melzo, lavora come tecnico di laboratorio per un’azienda di prodotti chimici che si trova a venti chilometri di distanza dal centro abitato. Ormai è alle soglie della pensione. “La città ha perso molto di quello che la teneva viva”, ammette con tristezza. “Le grandi aziende come la Galbani hanno fatto prosperare questo posto. Ora è tutto finito. Gran parte delle campagne è occupata da agriturismi in cui non si coltiva la terra, dunque non ci sono posti di lavoro. Melzo sta diventando sempre più vecchia”. Il figlio di Bottani, Gabriele, ha i8 anni e frequenta l’università nella vicina Gorgonzola. “Studia informatica”, racconta il padre. “Speriamo che riesca a trovare lavoro a Milano. Ma la situazione delle città come Melzo non è buona. Ai vecchi tempi questa era una roccaforte comunista, ma ora il comune è controllato dalla destra. Le persone vogliono il cambiamento. Sono incazzate”.

Alle elezioni europee di maggio Milano ha votato per il Partito democratico, mentre il resto della Lombardia si è schierato con la Lega di Matteo Salvini. Dopo il voto Pietro Bussolati, milanese e funzionario del Partito democratico nel consiglio regionale lombardo, insieme ad alcuni colleghi ha disegnato una nuova mappa dell’area metropolitana di Milano. “Non comprendeva solo la città, ma anche l’area circostante”, spiega. “Abbiamo riscontrato che la proporzione di voti assegnati à centrosinistra era direttamente legata alla disponibilità di trasporti veloci verso Milano. In tutte le località in cui questi mezzi di trasporto non ci sono ed è difficile avere un contatto frequente con la città, i voti sono andati al centrodestra”. “Credo che il problema non siano i salari, ma la consapevolezza di quanto l’innovazione e l’apertura contribuiscano alla crescita economica. Rendersi conto che le università, gli istituti di ricerca e lo sguardo verso il resto del mondo creano opportunità che altrimenti sarebbero impensabili spinge le persone a votare per il centrosinistra e a sposare i valori liberali. Allo stesso modo, più si è lontani da questa realtà più è facile credere alle leggende sui migranti che rubano e a tutto il resto, finendo per votare la Lega”. Bussolati è abbastanza realista da ammettere che un miglioramento dei trasporti non basterebbe a colmare il solco economico e culturale che separa le fiorenti città europee dalla provincia arrabbiata. “Non c’è nessun coniglio da tirare fuori dal cilindro per risolvere un problema che si accentua ormai da anni”, spiega. “Il futuro sarà sempre meno incentrato sugli stati nazione e sempre più sulle grandi città che controllano la ricchezza del futuro. L’obiettivo dev’essere fare in modo che la ricchezza non resti unicamente nelle città, ma sia distribuita anche nel resto del territorio. Questa è una priorità della sinistra globale: gestire la crescita futura delle grandi città”. L’anno scorso il nuovo quartiere milanese CityLife ha accolto il suo residente più famoso quando Chiara Ferragni, famosa fashion blogger e influencer, si è trasferita in un attico progettato da Hadid con una vista sul grattacielo Allianz di Isozaki e con il Duomo sullo sfondo. Il complesso di lusso è stato costruito nel luogo dove sorgeva la vecchia fiera del commercio e del design, che nell’ultimo secolo aveva attirato a Milano presidenti, papi e stelle del cinema. Una mostra fotografica (all’interno di CityLife) racconta il passato industriale di Milano. Tra le fotografie figura una citazione dell’architetto finlandese-statunitense Gottlieb Eliel Saarinen: “Progetta sempre considerando il contesto: una sedia in una stanza, una stanza in una casa, una casa in un ambiente, un ambiente in una città”. Nell’epoca del dominio sempre più incontrastato delle grandi città europee, si è tentati di aggiungere: una città in una regione e una regione in un paese.

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