Niguarda e Bicocca, l’attesa di un rilancio

Niguarda e Bicocca, l’attesa di un rilancio

Un sondaggio realizzato per La Repubblica Milano, due quartieri in sofferenza, dove il rilancio stenta. Percezione o realtà? Entrambe.

Di Paolo Natale, sociologo dell’Università Bicocca di Milano.

Da una periferia all’altra. Passando da Baggio e Trenno a Niguarda, dalla periferia ovest a quella più settentrionale della città, tutto cambia, tutto si fa maggiormente problematico. Non a caso, lo scorso anno il sindaco Beppe Sala annunciò che proprio «Niguarda sarà il quartiere pilota per il rilancio delle periferie milanesi». Storie antiche simili, tra i comuni dell’hinterland: come per Baggio e Trenno, anche il comune di Niguarda, nell’Ottocento celebre luogo di soggiorno per le famiglie nobili, noto per la salubrità dell’aria di campagna e popolato dalle ville dei ricchi milanesi (come la storica villa Clerici) venne annesso a Milano nel 1923, all’inizio dell’era fascista. Negli anni successivi il quartiere visse importanti momenti funzionali e occupazionali, insieme alla limitrofa Bicocca: mentre si avviò da una parte la costruzione dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda (inaugurato nel 1939) in un’area allora in forte espansione edilizia e di facile Gli unici dati positivi riguardano verde, attrezzature sportive e l’integrazione con i cittadini stranieri accesso, dall’altra si stava concretizzando la scommessa per un deciso sviluppo industriale: tra i borghi agricoli in aperta campagna si andavano insediando i nuovi, moderni stabilimenti industriali, grazie in particolare agli stabilimenti della Pirelli (attivi dal 1922), della Breda e della vicina Falck, a Sesto San Giovanni. Ma a partire dalla fine degli anni Settanta, in seguito soprattutto alla riorganizzazione dei grandi gruppi industriali, iniziò un progressivo disimpegno dell’industria dalle aree urbane di tutta Italia, ed anche il quartiere Niguarda-Bicocca fu particolarmente interessato dai fenomeni di deindustrializzazione e delocalizzazione. L’agglomerato complessivo delle industrie della zona occupava giornalmente duecentomila lavoratori, tra Falck, Breda, Ansaldo e Magneti Marelli. La delocalizzazione, dunque, ebbe un impatto fortissimo sull’aspetto e sui progetti di tutta la zona coinvolta, che iniziò dagli anni Ottanta a vivere un lento declino. Oggi la situazione, fatti salvi i servizi ospedalieri ed il polmone verde del Parco Nord, è parecchio sofferente: il panorama del quartiere Niguarda è quello tipico dei margini delle grandi città, con alti palazzi e strade semideserte, i tratti caratteristici della periferia Nord milanese. E i suoi abitanti non ne sono particolarmente soddisfatti, come confermano i risultati dell’indagine svolta dai miei duecento studenti, all’interno del corso di laurea di Comunicazione e società della Statale. Gli unici dati realmente positivi, rispetto alle altre zone cittadine, riguardano quindi il verde, le attrezzature sportive e (paradossalmente ma non troppo, vista la forte presenza di reti tra *** immigrati) l’integrazione dei, e con, i cittadini stranieri. Risaltano invece diversi i tratti negativi, a cominciare dai trasporti pubblici, soltanto in parte risolti con la recente linea 5, peraltro non vicinissima all’ospedale. Nonostante l’apprezzamento sia comunque piuttosto elevato, è questo di fatto il quartiere milanese con il livello di soddisfazione relativamente più basso nel settore trasporti (meno 10 per cento). Tra gli altri aspetti problematici, la mancanza di occasioni culturali e di luoghi di ritrovo, la mancanza di buone relazioni sociali e di buon vicinato (meno 9 per cento), una diffusa percezione di in II confronto • • A sicurezza (meno 8 per cento) e, buon’ultima, la manutenzione delle strade. Non è un caso, dunque, che il tasso di soddisfazione per la qualità della vita in questo quartiere sia tra i più bassi di tutta la città. Certo, non siamo ai livelli di degrado di altre importanti realtà metropolitane (il confronto con quanto accade nelle degradate periferie romane, ad esempio, depone positivamente anche per Niguarda), ma l’atteso rilancio di questa periferia milanese, ancora in sofferenza, non sembra ad oggi essersi ancora compiuto.

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