Oltre tweet e selfie restano le emergenze

Oltre tweet e selfie restano le emergenze

Invece di indignarsi per i selfie al funerale o di affrettarsi a difendere i Benetton dagli attacchi del governo, dall’opposizione (cioè dalla sinistra) mi aspetterei proposte e discussioni sulle questioni più urgenti per il paese.
Questioni magari meno mediatiche di un ponte che crolla ma non per questo meno importanti per la vita dei cittadini.
Questioni che non si risolvono con un tweet o con il pugno di ferro contro presunti colpevoli identificati come i cattivi del momento.
E in Italia c’è, ad esempio, una questione gigantesca, che si chiama casa e che ha fatto capolino anche nella tragedia di Genova.
Oltre 300 le famiglie sfollate dopo il crollo del Morandi, 300 famiglie che vivevano, letteralmente sotto a un ponte, non abusivamente ma in case regolarmente costruite in una delle periferie più difficili di Genova, Sampierdarena, quartiere storico, terra di preti e partigiani, oggi quartiere di immigrazione con tutte le speranze le contraddizioni che i quartieri di immigrazione portano con sé.
300 famiglie che vivevano “sotto a un ponte” senza che nessuno tra gli amministratori della città negli anni si sia preoccupato della sicurezza e della salubrità di quella soluzione abitativa e abbia, in qualche modo, pensato a come superarla.
300 famiglie che vanno ad aggiungersi a quel milione e mezzo abbondante di famiglie (dati Federcasa) che in Italia sono oggi senza un’abitazione (qualche numero interessante nel grafico qua sotto).
Un’emergenza che riguarda prevalentemente le grandi città ma che non si ferma lì.
Un’emergenza che il crollo del ponte a Genova ha reso ancora più evidente, ma di cui, a oggi, non sembra esservi traccia nella discussione pubblica.

Elena Comelli
P. S. Un tema che, per altro, pur tra mille ombre e qualche luce, era stato affrontato nel 2014 dal governo Renzi, ma evidentemente oggi la sinistra, è troppo impegnata a parlare di se stessa e a se stessa.

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