OTTO ANNI, UN BILANCIO

OTTO ANNI, UN BILANCIO

OTTO ANNI, UN BILANCIO, L’ORGOGLIO, LA SOLITUDINE, I RIMPIANTI: INTERVISTA A PIERFRANCESCO MAJORINO

che lascia l’assessorato per il Parlamento Europeo
dal Corriere Milano intervista di @Maurizio Giannattasio

Pierfrancesco Majorino, dopo otto anni come assessore al Welfare, prima con Pisapia, poi con Sala, vola in Europa. Che bilancio fa del suo lungo mandato? «Personalmente entusiasmante. Sia per l’esperienza fatta sia per le cose realizzate. Penso, che pur con dei limiti, abbiamo dato una sterzata alla politica sociale in un momento dove da un lato esplodeva la più grandi crisi economica del dopoguerra e dall’altra dovevamo misurarci con i flussi migratori».
Una delle accuse che le vengono mosse è quella di essersi occupato troppo di migrazione e poco degli anziani. «È una straordinaria bugia, frutto del fatto che in Italia si parla solo di immigrazione. In questi anni è stata consolidata la rete dei custodi sociali, abbiamo realizzato, unici in Italia, il piano contro la solitudine delle persone anziane. Ricordo, a chi magari non lo sa, che il 74% dei nostri utenti sono italiani, che abbiamo aumentato del 42% le risorse dei servizi per le persone con disabilità e siamo la città che investe di più per il sostegno al reddito e contro la povertà. Poi, certamente non ci siamo sottratti all’azione e al conflitto politico sull’immigrazione».
Milano città anti-Salvini? «Dico spesso che non si deve sottovalutare Salvini e so benissimo di quanto consenso goda. Penso però che il suo pensiero trovi a Milano due obiezioni radicali. Primo: Milano è una città molto aperta, internazionale e che non vi sia la tentazione di una Brexit all’italiana. Secondo: il sociale, qui a Milano, lo abbiamo sempre tenuto molto alto. E non solo per merito mio. Pisapia e Sala hanno mantenuto investimenti elevati e quindi le polemiche sui social tipo “pensate solo agli stranieri” si sono scontrate con un dato di realtà. Altrimenti sarebbe difficile spiegare anche le mie 4o mila preferenze prese in città».
Quando sottolinea «qui a Milano», intende dire che i governi precedenti non vi hanno aiutato? «Queste cose le abbiamo fatte in un momento in cui a livello nazionale il centrosinistra non aveva nessun interesse alla politica sociale. Prima che arrivasse Zingaretti non ho ricevuto una, dico una, telefona da Roma per sapere cosa stavamo facendo. Ora c’è un’attenzione nuova, ma è stata durissima doversela cavare sempre da soli. Per questo credo nella relazione tra ciò che si fa a Milano, a Roma e in Europa e per questo a settembre aprirò un comitato permanente al Corvetto per tenere insieme questi tasselli».
II provvedimento di cui va più orgoglioso? «Cose grandi e piccole. Quella grande è di come abbiamo tenuto botta alla questione dell’emarginazione e quindi all’accoglienza degli immigrati, oltre al raddoppio dei posti letto per i senzatetto. Poi una cosa concreta. Dopo che abbiamo inaugurato il centro disabili di via Anfossi che la città aspettava dal 1986 sono salito in auto e mi sono commosso».
Quello che non è riuscito a fare? «La mancata fusione tra il Pat e il Golgi per la costruzione di una grande centrale sui temi della residenza e dei servizi per le persone anziane. Ha prevalso la chiusura della Regione e la paura dei sindacati interni. È un’occasione persa. Mi auguro che qualcuno possa riprendere in mano la questione. Come assessore ai Servizi sociali mi imputo di non essermi accorto per tempo di quello che stava nascendo nel boschetto di Rogoredo».
Un consiglio da dare al suo successore? «Di stare ossessivamente nei quartieri, di consumare le suole delle scarpe. La sera nelle unità mobili per i senzatetto, il giorno negli appartamenti dove vivono le persone più fragili. E soprattutto di non aver paura delle critiche perché il fatto che le persone ti riconoscono ti rende credibile anche quando gli dici che non hai la soluzione per quel determinato problema».

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