PERIFERIE, SAN SIRO E QUELL’ASILO CHIUSO DA 30 ANNI

PERIFERIE, SAN SIRO E QUELL’ASILO CHIUSO DA 30 ANNI
Due spunti su San Siro. Il primo di Roberto Maggioni di Radio Popolare che sabato scorso è andato a una specie di festa dell’orgoglio del quartiere promossa da chi nel quartiere ci vive e ci lavora da anni. E il secondo di Elisabetta Andreis sul Corriere Milano che racconta di uno degli spazi e dei simboli che sono la metafora del tutto. E di quello che dobbiamo fare come sinistra e come amministrazione.
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di Roberto Maggioni
Ci sono pezzi delle nostre città dove lo Stato si fa vedere solo con la polizia. Così è successo anche questa mattina nella zona popolare di San Siro. “Viviamo in cinque in una stanza di 40 metri. Siamo buttati per strada da quando sono baby. Non sento nessuna domanda, vengo dalla perif“.
È un pezzo di una canzone di Neima Ezza, il rapper di San Siro che una settimana fa ha chiamato amici e fan per girare il video di un nuovo brano. Ne sono arrivati 300, poi è arrivata anche la polizia per disperdere l’assembramento e alcuni di quei 300 adolescenti non se ne sono andati dalla piazza, andatevene voi, urlavano ai poliziotti. Lanciando sassi e bastoni per una decina di minuti. Oggi la polizia fa tredici perquisizioni, il rapper è stato denunciato per l’assembramento (questo sì resterà nella storia del rap, una denuncia per assembramento), la politica e la città guardano altrove, delegando alla polizia una questione sociale, derubricando al solo ordine pubblico un fenomeno che nelle case dei milanesi è già entrato attraverso i cellulari dei loro figli, che ascoltano le parole di chi vive in periferia e regalano views su youtube. Mentre la politica non sa che fare.
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di Elisabetta Andreis
“Vorremmo dare ai ragazzini dei nostri caseggiati una opportunità in più rispetto a quella che abbiamo avuto noi. Siamo disponibili a prenderci un pezzo di responsabilità nei confronti dei più piccoli”. Parte così, da un barlume di presa di coscienza, l’idea con cui i rapper più famosi di San Siro provano a migliorare se stessi e a coinvolgere Milano. Parole semplici che dette da loro, influencer con centinaia di migliaia di follower, hanno un peso: i ragazzi li seguono. “La nostra idea è creare un centro di aggregazione giovanile, visto che nel quartiere non ne esiste neanche uno. Lo promuoveremmo in modo che gli adolescenti lo frequentino, invece che stare tutto il giorno soltanto in strada”. Si muovono Sacky e Rondo da Sosa in testa e gli altri quattro rapper della ‘Seven zoo’ subito dietro. Amici solidali più che concorrenti, alle spalle guai con la giustizia minorile e davanti l’obiettivo di una vita migliore per sé ma soprattutto per i ‘fratelli’ minori che come loro, giorno dopo giorno accumulano rabbia contro le istituzioni e le polizia e non sanno come altro incanalare energie e frustrazioni. Settimana scorsa don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria e responsabile della comunità Kayròs che li conosce da anni, ha accompagnato proprio Sacky e Rondo dal sindaco Beppe Sala. Un incontro per conoscersi e provare a immaginare insieme un percorso.
Del don e della sua squadra di educatori esperti, i ragazzi si fidano. Non a caso lo hanno chiamato e vorrebbero lui come compagno in questa avventura. “Bisogna evitare l’impostazione paternalistica, altrimenti gli adolescenti non vengono. Ma l’idea è buona proprio perché viene da loro – riflette don Claudio -. Se iniziano a sentirsi responsabilizzati, potrebbe essere la svolta. Hanno una enorme influenza”. E ancora: “La situazione è delicata, la chiave per riuscire a lavorare è la fiducia. Quei ragazzi non l’hanno in se stessi e negli adulti che ai loro occhi risultano poco credibili”. Il primo problema è trovare un luogo adatto in tempi rapidi per non perdere l’occasione, il secondo cercare finanziamenti.
In zona ci sono diversi spazi inutilizzati, il gruppo ha fatto una ricognizione. In particolare c’è n’è uno proprio in mezzo alle loro case, l’ex asilo di via Zamagna, di proprietà Aler e vuoto da trent’anni. “Ci svegliamo e lo vediamo là, abbandonato da tutti”, dicono con una certa tristezza. In fondo a via Paravia c’è poi la cascina Case Nuove, rudere con ampio terreno intorno, di proprietà comunale. Fa parte dei 25 beni in disuso che lo scorso giugno Palazzo Marino ha deciso di valorizzare tramite bando. Chimera o possibilità? Per una volta i ragazzi non mostrano solo rabbia o rassegnazione ma si aprono a un po’ di speranza. Immaginano un laboratorio di musica rap con studio di registrazione e scuola di italiano per scrivere le musiche, un corso di video-making per imparare a girare in modo professionale videoclip e documentari, una palestra dove fare boxe ‘educativa’, un campetto di calcio e basket dove organizzare tornei.
Questo è il quartiere abituato a salire alla ribalta della cronaca per i disordini come quello di dieci giorni fa, quando per girare un videoclip sono accorsi anche da Giambellino e Corvetto in trecento. A San Siro risiedono più giovani in tutta Milano: due abitanti su dieci hanno meno di 19 anni e tra gli adolescenti quasi il 70 per cento ha origine straniera, spesso con situazione familiare precaria. Non esistono un’azione educativa di strada o un centro giovanile. Le associazioni, l’oratorio e il Politecnico, che tessono relazioni e fanno un lavoro straordinario con famiglie e bambini, sono mai riusciti ad ‘agganciare’ quegli adolescenti che crescono in condizioni difficili dentro ai casermoni Aler dove il cortile è naturale prolungamento di case troppo piccole, come racconta un altro dei rapper di zona, Neima, nel bellissimo documentario ‘Perif’. Da fuori quei caseggiati risultano inaccessibili, l’unica alternativa allo scontro pare l’indifferenza. Ma ‘debtro’ sono una comunità con valori molto forti. Sacky si fa portavoce e chiude con una piccola promessa: “Don Claudio crede in noi, dice che chi ha sbagliato può diventare persona anche migliore degli altri perché ha fatto un bel percorso. Noi siamo ancora a metà strada ma con i ragazzini più piccoli, ci vogliamo provare”.

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