Quale Marx? Ambientalismo, associazionismo e anticolonialismo

Quale Marx? Ambientalismo, associazionismo e anticolonialismo

Il 14 marzo 1883, Friedrich Engels bussò al n. 41 di Maitland Park Road, nella zona nord di Londra, intorno alle 14,30. La casa era in lacrime, Karl Marx era vicino alla fine. Lenchen (Helene Demuth, governante e parte integrante della famiglia) era discesa dal piano superiore e, dopo aver fatto attendere l’ospite alcuni minuti, lo aveva finalmente invitato a salire nella stanza in cui il “Moro” si era assopito. Una volta giunto, Engels si avvide che Marx, sì, giaceva «ma per non svegliarsi mai più. Non c’erano più né polso né respiro. In due minuti era spirato serenamente e senza dolore». Erano le 14,45.
Il libro di Marcello Musto (Karl Marx. 1857-1883, Torino, Einaudi, 2018) è una documentata ricostruzione della biografia politico-intellettuale di Marx dagli anni della maturità al commosso racconto della morte, che l’autore trae da una lettera di Engels a Friedrich Sorge. Per lungo tempo, gli studiosi hanno privilegiato le opere giovanili di Marx (i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e l’Ideologia tedesca del 1845-46), dove più evidente è l’itinerario del filosofo che si districa dall’abbraccio hegeliano e pone al centro della riflessione il problema dei bisogni e della praxis. Mentre il Marx maturo rimaneva in sordina e sbiadiva nell’immagine statica dello scenziato sociale costruita nella prima metà del Novecento. Musto mostra invece l’intimità del nesso esistente tra rivoluzione filosofica e pensiero sociale, teoria e indagine sperimentale negli scritti della maturità. Si pone così sulla linea della solida interpretazione che Antonio Labriola diede del materialismo storico in tre saggi di fine Ottocento, che bisognerebbe rileggere da capo (o forse leggere per la prima volta) per rintracciare il nòcciolo della «conversione totale dello spirito filosofico» promossa da Marx nella sua stessa, multiforme, opera piuttosto che in Hegel, in Spencer, in Freud o in Nietzsche (lascio al lettore il privilegio di dare un nome a queste combinazioni).
Nella prima parte, l’autore compulsa le acquisizioni testuali dell’ultima edizione critica in tedesco delle opere di Marx ed Engels (MEGA2). Individua così la genesi immediata dei tre libri del Capitale nei ricchissimi appunti consegnati ai Grundrisse (Lineamenti fondamentali, 1857-1858). Riallaccia quindi le pagine dei Grundrisse e degli altri quaderni vergati tra il 1858 e il 1867 (data di pubblicazione del primo libro) agli interventi giornalistici, senza separare lo svolgimento intellettuale dalle vicende dolorose della vita domestica e dall’impegno nella sfera politica. Sono pagine capaci di mettere in luce lo sforzo interpretativo del presente che sta a monte di una veduta critica.
La seconda parte del libro mira alla ricostruzione del ruolo di Marx nella prima Internazionale dei lavoratori. Annunciata nell’assemblea tenutasi nella sala del St Martin’s Hall di Londra il 28 settembre del 1864, essa perse mordente con il trasferimento del suo Consiglio generale negli Stati Uniti d’America sancito dal Congresso dell’Aia (2-7 settembre 1872). Affiora così, tra le pieghe di un libro il cui fascino sembra in larga parte discendere dalla classicità dello stile espositivo e dall’accuratezza della ricostruzione, un’immagine di Marx per alcuni aspetti nuova. L’autore infatti ricorda che nel corso del terzo congresso, organizzato a Bruxelles tra il 6 e il 13 settembre del 1868, Marx dettò una risoluzione inerente al problema ambientale. «Considerando» – vi si legge – «che l’abbandono delle foreste a individui privati causerebbe la distruzione dei boschi necessari alla conservazione delle fonti e, di conseguenza, alla buona qualità del terreno e così anche della salute e della vita delle popolazioni, il Congresso ritiene che le foreste debbano restare proprietà della società» (p. 130). La questione ambientale era pertanto connessa alla teoria della socializzazione dei mezzi di produzione, fatta valere contro i mutualisti di Pierre-Joseph Proudhon (che volevano associazioni private di produttori sostenute dal credito elargito dalle banche popolari) e contro coloro che, seguendo Ferdinand Lassalle, si aspettavano la soluzione della questione operaia per intervento dello Stato (prussiano, per di più!). Marx riteneva necessario combattere perché la socializzazione delle più importanti produzioni fosse affidata a un potere pubblico capace di garantire un costo dei beni comuni accessibile a tutti e vicino alle spese di gestione. Possiamo ancora considerare valida, mi sembra, questa indicazione ad accostare ecologia e lavoro, prendendo atto della difficoltà di salvare l’ambiente senza emancipare il lavoro e viceversa. Difficile, verrebbe da dire, «dare l’assalto al cielo» solo a metà!
Ma che significa emancipare il lavoro o conferirgli forma sociale? La risposta si evince dall’ultima parte del libro dedicata all’analisi del capitalismo e al profilo dell’organizzazione comunista. Marx non ispirò un credo politico dogmatico né intese elargire formule o ricette dell’avvenire. Indicò gli strumenti critici per liberare dalla vecchia società gli elementi della nuova di cui è gravida. Concepì l’autogoverno dei produttori come uno strumento per garantire il «pieno e libero sviluppo di ogni individuo» (p. 294) assicurando a ciascuno una maggiore quantità di tempo da dedicare alla realizzazione personale. Il suo comunismo mirava a una più equa distribuzione della ricchezza, e non alla miseria generalizzata e livellante realizzata da quei regimi dispotici e burocratici che, «dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze» (p. 288). «L’idea di società di Marx è dunque l’antitesi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo» (p. 294). Essa richiede la cornice di un cosmopolitismo dei diritti sociali e individuali dal cui grembo emergano libere associazioni di produttori capaci di garantire beni comuni sufficienti alla realizzazione e al benessere di ciascuno.
Al centro della sua interpretazione del presente non può essere posta, infine, una teoria storico-filosofica della marcia universale di tutti i popoli, come i nouveau philosophe alla Jean-François Lyotard hanno fatto credere per molti anni universalizzando le prese di posizione colonialistiche di alcune personalità di spicco della Seconda Internazionale. In diversi brani della sua opera, Marx ha rivendicato la necessità dello sviluppo del capitalismo industriale per la formazione di un proletariato capace di liberare l’umanità dalla lotta di classe, ma non ha mai concepito questo processo quale struttura fissa da raccomandare per l’evoluzione dei paesi extra-europei. Se qualche marxista lo ha fatto per supportare ideologicamente il colonialismo, e lo ha fatto in questi termini, non parlava in nome di Marx ma di un manichino su cui adagiare una veste d’altri. Ne sono conferma gli scritti sulla proprietà comune in India e in Russia, presi in considerazione nella parte del libro dedicata alle ricerche dell’ultimo decennio. Il procedimento critico applicato da Marx poggia qui sull’esame concreto e circostanziato di ogni realtà che conduce a individuare diverse vie da seguire per l’emancipazione sociale e scalza pertanto ogni possibilità di una utilizzazione strumentale della teoria del conflitto di classe. A chi ancora ama dilettarsi con l’immagine di un Marx eurocentrico e colonialista val la pena ricordare l’adattamento del verso dantesco (Purg., V, 13) consegnato all’ultima riga della prefazione del Libro primo del Capitale: «Segui il tuo corso, e lascia dir le genti!»

Davide Bondì

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