Riaprire i navigli? Parliamone.

Riaprire i navigli? Parliamone.

Era l’estate del 2011 quando il 94,36% dei milanesi che parteciparono alla consultazione referendaria si dichiarava favorevole alla riapertura di una parte dei Navigli. Il progetto, ambizioso quanto affascinante, è tornato alla ribalta nei mesi scorsi quando il sindaco Sala, che aveva messo la riapertura dei Navigli al centro dei suoi progetti di lungo termine, aveva proposto un nuovo referendum, magari da abbinare alle scadenze elettorali del 2018.

Un nuovo referendum che, evidentemente, non sarebbe stato la copia del precedente, ma che avrebbe presentato ai milanesi un progetto dettagliato, comprensivo non solo dei tempi e dei costi ma anche dell’impatto dei lavori e del disagio creato al traffico e, in generale, alla città. Insomma, molto più che una semplice conferma della precedente consultazione, piuttosto un confronto con la città su un progetto e una proposta decisamente concreti.
Eppure…

Eppure quando il sindaco Sala annunciò la proposta di referendum per la primavera 2018, un po’ perplessità erano emerse: perché lo strumento del referendum, per quanto sia strumento di reale consultazione della volontà popolare, ci era parso una soluzione un po’ di ripiego, in cui il confronto con i cittadini milanesi era limitato a un semplice si o no e l’informazione e la discussione restava demandata ai singoli. Insomma, la classica situazione in cui la ricerca del confronto e la volontà di sottoporre ai cittadini un progetto dettagliato rischia di entrare in un cortocircuito in cui, di fatto, il progetto e i suoi dettagli sono oggetto di approfondimento e di accesa discussione solo tra gli appassionati e i già convinti, tanto del si quanto del o – probabilmente ognuno nel suo ambito, troppo spesso chiuso e impermeabile, alla ricerca di nuove motivazioni a sostegno di una posizione già presa.

Perplessità anche perché, accanto al referendum, ci sono altri strumenti per la consultazione e il coinvolgimento dei cittadini; tra questi il dibattito pubblico (o dèbat public ) che è stato introdotto dal Codice degli Appalti come processo di informazione, partecipazione e confronto pubblico sulle grandi opere che hanno impatto rilevante sull’ambiente, sulla città e sull’assetto del territorio. Uno strumento obbligatorio solo per le grandi opere (aeroporti, autostrade, grandi impianti industriali) ma certo non “vietato” né impossibile per opere non così grandi; e la riapertura dei Navigli, per gli impatti che avrà sulla città – sia durante i lavori sia dopo, cambiandone la faccia e probabilmente la fruizione – e per le reazioni contrapposte che suscita, a noi sembra davvero essere il tipo di progetto che può solo beneficiare da un confronto e da una discussione pubblica che vada oltre la semplice consultazione.

Qualche mese di discussione (quattro ne prevede il codice, con la possibilità di aggiungerne altre due) sono sicuramente un percorso più impegnativo di una consultazione referendaria, “di poche ore” ma l’esito, in termini di informazione della città, di coinvolgimento e di partecipazione dei cittadini rischia di essere significativamente più importante. E questo è un aspetto non secondario di fronte a un progetto che, davvero, può e vuole cambiare Milano; e un aspetto non secondario in una fase storica in cui la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è ai minimi e la distanza percepita tra amministrazione e elettori sempre più ampia.

La riapertura dei Navigli può allora essere davvero una grande opportunità per Milano: per cambiarne la faccia e i tempi di vita e per riavvicinare i cittadini alla vita pubblica e al confronto con la propria amministrazione. Un percorso che, anche questa volta, non può che ripartire da Milano.

 

Elena Comelli

Ti potrebbero interessare