SALONE o FABBRICA?

SALONE o FABBRICA?

Il Salone del Mobile, e tutte le sue evoluzioni, è un tipo di “fabbrica aperta” del sistema produttivo milanese.
La produzione del mobile e dell’arredo ha una lunga storia, che ha saputo coniugare distretti produttivi come quello brianzolo e comasco e le qualità progettuali e tecnico artistiche che hanno attraversato e segnato tutto il secolo scorso. Il Salone del Mobile è istituito nel 1961 come completamento del sistema produttivo e rivolto alla comunicazione dei prodotti, candidandosi immediatamente come punto di riferimento e orientamento internazionale per la produzione e progettazione. La filiera della produzione del mobile, dell’arredo e dei complementi d’arredo, è un sistema complesso che coinvolge un ampio campo del mondo del lavoro: aziende del settore, aziende di produzione della componentistica e dell’innovazione tecnologica, progettisti, teorici e critici del disegno industriale (definizione con pari dignità dell’abusato design, editoria, finanza, servizi all’impresa e molti altri che si perdono nella dimensione pulviscolare delle tante attività collaterali. Una grande fabbrica diffusa che ha nel Salone del Mobile il momento di mobilitazione e rappresentazione plastica della sua forza.
La forza di questa nuova fabbrica, che si forma nell’identificazione tra Salone del Mobile e Milano, diventa talmente propulsiva che, l’urgenza espositiva, esonda dai luoghi storici della Fiera e invade la città. Questa innovazione nasce alcuni anni orsono, a partire da fenomeni tra loro strettamente correlati: gli elevati costi fieristici proibitivi per i “nuovi artigiani”; la nascita di un nuovo soggetto produttivo: il “progettista produttore”, che mal sopporta l’“ingessatura” dei prodotti e del sistema produttivo tradizionale; la necessità di collegare il prodotto alla vita e ai tempi della città, che, attraverso un nuovo protagonismo degli spazi commerciali e della manifattura urbana e degli studi di progettazione, si fa teatro e vetrina di narrazioni costruite attorno a oggetti della quotidianità e installazioni immaginifiche.
Hanno iniziato così a rendersi riconoscibili dei distretti urbani dove maggiormente si sono concentrate le vetrine dei prodotti d’arredo, come Brera, o dove ci sono disponibilità di luoghi d’esposizione come l’area Savona Tortona o Lambrate, per poi estendersi negli anni in maniera cangiante in quasi tutta la città. Questa fabbrica ad intermittenza – per molti aspetti simile al comparto moda con le sue sfilate disperse nella città- appare potentemente, modificando radicalmente la città per un tempo limitato, ma è il segno di un’economia che caratterizza con forza la nostra città e che dovremo aver cura di studiare e osservare attentamente per cogliere tutti gli aspetti, positivi e critici, che determina.
L’influenza del “Fuori Salone”, di questa nuova pratica diffusa, è stata talmente rilevante nella cultura milanese da diventare un modo di essere delle iniziative in città attraverso il proliferare delle “week” dedicate a qualsiasi cosa. Un confine sottile tra essere fabbrica ed eventopoli, tra essere racconto di un sistema produttivo complesso e banale reiterazione di operazioni di marketing territoriale.

Gianni Dapri

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