SMART WORKING A CHI?

SMART WORKING A CHI?
A me, se c’è una cosa che manda fuori di testa è quando dicono “Beati voi che fate lo smart working invece di andare a lavorare”.
Mi manda fuori di testa per tanti motivi, e non solo perché a lavorare da casa si lavora molto più che in ufficio, ma anche perché grazie allo “Smart Working” (che poi non è stato esattamente smart per tutti) nell’ultimo anno e mezzo si sono salvati dei posti di lavoro e, pensa te, si sono pure salvate delle aziende.
Sì, si sono salvate delle aziende grazie a quelli che starebbero a casa sul divano a non fare niente.
E allora questa cosa che il Comune di Milano penalizzerebbe nell’accesso ai centri estivi i figli dei lavoratori e delle lavoratrici che fanno Smart Working è inaccettabile.
È inaccettabile perché penalizzerebbe i lavoratori e le lavoratrici, ma alla fine lo sappiamo bene chi ci rimette sono sempre le donne, quelle che, anche grazie allo smart working, dovrebbero poter conciliare i tempi di vita e di lavoro, ma alla fine sono costrette a scegliere se sacrificare il lavoro o la vita.
E poi è inaccettabile perché chiedere di rinunciare allo smart working significa chiedere di andare in ufficio, prendere i mezzi oppure, peggio, l’auto, visto che oggi la città 15 minuti è ancora solo per chi abita in via Larga.
È inaccettabile che si dica “è rimasto così dall’anno scorso”, perché c’è ne saremo pure dimenticati ma l’anno scorso la pandemia c’era già.
E se anche fosse rimasto lì da due anni fa, peggio ancora sarebbe, perché vi dico una cosa che forse non sapete due anni fa le donne c’erano già e lavoravano pure.

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