Smart working: dal controllo alla fiducia

Smart working: dal controllo alla fiducia

Immaginare percorsi per costruire aziende che lavorino in modo smart? Imprese che siano in grado di far fronte ai cambiamenti portati non solo dalla tecnologia ma anche dalla necessità di ottimizzare le risorse umane ed economiche, con un impatto anche molto importante sulla sostenibilità ambientale?
Una sfida per un’azienda contemporanea. Una sfida per le istituzioni. Una sfida per tutte e tutti.
Intraprendere una strada verso lo smart working significa diventare “agili” nel lavorare. Per poterlo fare bisogna partire dalle persone.
Una persona che ha autostima, capacità di organizzare il proprio tempo, che comprende l’impatto delle proprie azioni sugli altri può lavorare in “smart”. Si tratta di costruire una nuova cultura del lavoro per formare persone autonome e allo stesso tempo social, che comprendano in maniera evidente come ogni azione che compiamo abbia un effetto sugli altri, che ogni azione genera una reazione inevitabile a partire dal semplice atto di respirare.
Si tratta di preparare persone che sappiano apprezzare il tempo produttivo al di fuori del contesto aziendale e del “luogo fisico a tutti i costi”: inizialmente può essere complicato, perché si è abituati diversamente, con un contesto, col tempo scandito da una ritualità quotidiana che da un senso alle giornate , una dimensione collettiva che favorisce il confronto.
Il confronto nello smart working non si perde, ma diventa virtuale, diventa una chat, un forum, una call su Skype… il lavoro cambia connotazione. Apprezzarne il bello diventa un percorso che deve essere guidato attraverso una sperimentazione graduale, perché è un cambiamento che può creare disorientamento, crisi, spiazzamento, depressione, incapacità di raggiungere gli obiettivi..
L’impatto dello smart working sul vissuto dell’ambiente “casa” è molto forte: si stravolge, essa non diventa più punto di partenza alla mattina oppure desiderio di ritornarvi alla sera, l’oasi, il punto di approdo, il luogo proprio e nel luogo proprio entra un estraneo.
La modifica degli spazi è un’altra componente importante di cambiamento: si deve trovare un’area che diventi dedicata al lavoro. E l’impatto sul mood delle persone, soprattutto per il genere femminile over 40, è molto forte. “Non posso più lasciare la mia casa in ordine…uscire alla mattina con tutto a posto e rientravi alla sera.”
Per persone più giovani e per i millennials è probabilmente più semplice vivere lo spazio casa come spazio del lavoro, in linea di continuità con quello che è stato fino a poco prima il luogo dello studio. Inoltre abituati ad utilizzare la tecnologia per comunicare, confrontarsi e vivere in generale, è probabilmente più semplice e magari anche un desiderata.
I colleghi diventano virtuali, ma ci si può dedicare ad una dimensione più home, family, housing così come la scrivania diventa desktop, tavolo della cucina o del soggiorno, diventa giardino, parco, coffee & work space.
In tutto questo diventa fondamentale potenziare alcune soft skill, come autostima e fiducia in sé, gestione del cambiamento, time management, valore dell’autonomia, essere imprenditori di sé stessi/e, organizzazione del lavoro, potenziamento delle capacità progettuali…
E poi il tema della tecnologia: l’azienda che decide per lo smart working è consapevole che si debba apportare un adeguamento dei propri strumenti di lavoro da remoto: cambiano le azioni ma cambia anche il linguaggio: piattaforma ad hoc, lavoro su cloud, content sharing, social work, desk research, notebook, tablet, smartphone, wi-fi e altri device.
E poi il lavoro agile che diventa welfare aziendale praticabile e di forte impatto nella conciliazione fra lavoro e vita privata e non solo per le donne. Ora inoltre, da maggio 2017, esiste anche una legge (seppur perfettibile) che tutela l’attuazione del lavoro agile e smart, nei rapporti tra lavoratore e datore di lavoro.
Cambiano le azioni, il linguaggio e l’approccio alla formazione del futuro smart worker.
Si si, proprio una rivoluzione. La rivoluzione della fiducia al centro.
Ornella Torresani

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