UNA NOTTE IN AMBULANZA

UNA NOTTE IN AMBULANZA

Grazie a Elisabetta Andreis per questa potente testimonianza e a Stefano De Grandis per la bellissima foto.
“Mi resta addosso quel ‘senso di annegamento’ che ci descrivono le persone quando entriamo nelle case. In un attimo siamo a contatto con le loro paure più profonde, il terrore di morire, di venire in ospedale. Le troviamo con la febbre alta da giorni e le crisi respiratorie, nello sgomento dei parenti. Stanno tutti insieme barricati dentro, ormai senza neanche mascherine o guanti. Il contagio è un attimo quando si convive, praticamente impossibile evitarlo …”. Beatrice Tamburrini, laureanda in farmacia, dal 2014 è volontaria all’ambulanza Sos Milano. Le sue parole pesano come piombo. Eppure non ha pensato per un attimo di mollare: consapevole dei rischi, ma anche dell’assoluta necessità. A 25 anni è capo equipaggio, nelle case dei sospetti Covid19 sale sempre da sola. L’unica a intabarrarsi con la tuta protettiva, la visiera, la cuffia, la mascherina FFP2 e due paia di guanti, uno sopra l’altro. “Non so più come dare coraggio alle persone, senza la mimica facciale. Non si vede più nulla di noi che possa trasmettere empatia – dice -. Siamo disarmati, con gli occhi nascosti e senza sorriso”.
Al 90 per cento nelle ultime tre settimane sono stati casi di sospetti Covid, informano dalla centrale operativa. Una chiamata dopo l’altra. Interventi lunghi per la vestizione e per la sanificazione del mezzo con pulizia profonda di ogni singola superficie dopo ogni trasporto. Cloro, alcool, spray in modo quasi maniacale. Venerdì sera, ore 23.00. Ennesima emergenza. Beatrice e Emiliano dietro, Davide alla guida, la sirena spiegata. C’è un signore di 75 anni che abita solo, col figlio che è arrivato a soccorrerlo: l’anziano ha febbre alta da dieci giorni, gli antibiotici non fanno effetto. Ha un livello di saturazione del sangue bassissimo: crisi respiratoria. “Eppure non voleva assolutamente essere portato in ospedale, sgranava occhi di paura, ripeteva che non voleva rimanere solo, che a casa almeno il figlio lo va a trovare”. La voce un po’ si strozza, a Beatrice: “In ambulanza, col poco fiato che gli restava in gola, ha chiesto se potevamo portarlo nello stesso ospedale in cui era la moglie. Ricoverata Covid”. La squadra non è riuscita ad esaudire quel desiderio, purtroppo: “C’è un clima di guerra, un senso di perdita che affligge la gente”, scuote la testa Beatrice. Altra chiamata: quarantenne, febbre alta da una settimana, tosse stizzosa. In casa con lui, vicino a viale Monza, la moglie e due bambini. Beatrice misura la percentuale di ossigeno, va bene. “Ci ha raccontato che nel pomeriggio ci era già stato in ospedale per una crisi respiratoria ma fatti gli esami lo avevano rimandato indietro raccomandandogli di tornare solo nel caso di complicazioni”. E’ mezzanotte. Dall’altra parte di Milano, in Bovisa, un mezzo della Croce Rosa Celeste va a prendere un uomo sui sessant’anni, con tanto di auto medica con anestesista e infermiere: “Alla fine era un <semplice> codice rosso, non Covid, ma abbiamo paura. Non ci sentiamo abbastanza protetti, perché non ci sono tamponi per noi?”, chiede Riccardo Borlenghi, ingegnere, da 36 anni in servizio. Alla Croce Amica di Basiglio un volontario su tre si è tirato indietro per paura di contagiare familiari anziani, i cinquanta che restano offrono tutto il loro tempo libero con turni anche tripli, di notte e ai week end. Carlo Visconti, 39 anni, vicepresidente e soccorritore, oltre che docente al Politecnico, ha persino organizzato una vettura aggiuntiva per fare la spola a Bergamo: “Lì ormai si porta in ospedale solo chi si pensa possa essere recuperato. Non c’è turno senza che accada di lasciare qualcuno a casa – abbassa lo sguardo -. A Milano non è così ma ultimamente abbiamo chiamate di persone più giovani. Finora hanno resistito senza crisi respiratorie”. E adesso?

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