VIA PADOVA, SIAMO TORNATI INDIETRO

VIA PADOVA, SIAMO TORNATI INDIETRO

Il servizio che il tgr Lombardia ha mandato in onda due giorni fa su via Padova ci riporta indietro di almeno 10 anni nel racconto e nella percezione della via.
Risse in strada, un uomo che urina, un altro ubriaco e collassato per strada (tutti inquadrati e chiaramente riconoscibili, chissà se sarebbero stati mostrati allo stesso modo se fossero stati bianchi ricchi?).
Tutto vero, sbagliato negarlo e stupido sminuirlo.
Ma non c’è solo quello, e a poco valgono le parole delle persone intervistatw che accennano al fatto che si tratta di gruppi isolati, sono le immagini a prevalere e a raccontare una via e un quartiere dove è meglio non andare se proprio non è necessario.
Abbiamo sbagliato tutti, ha sbagliato l’amministrazione che ha pensato che bastasse restituire al quartiere l’ex convitto e la casa con il buco, e ha sottovalutato la portata di questioni drammatiche come l’emergenza abitativa e l’inferno di via Cavezzali.
Ha sbagliato sottovalutando le cancellate della destra e la loro ricaduta su un quartiere dove gli spazi pubblici mancano.
Ha sbagliato pensando che daspo e qualche multa servissero a regolamentare la vendita di alcol in una via dove i minimarket si contano decine per ogni isolato.
Abbiamo sbagliato noi che i progetti e le idee li abbiamo e li avevamo a non pestare i piedi e pretendere tutta l’attenzione che un quartiere così complesso merita, e non ha avuto.
E ha sbagliato chi ha scelto di rinunciare, scrivendo a prefetto e questore e rinunciando a un’altra idea di via Padova.
Non chi in quell’angolo di via ci vive, ma chi ha sostenuto una risposta sbagliata e noi che non abbiamo saputo ascoltare.
Il danno è fatto, siamo tornati indietro di dieci anni. Adesso tocca cambiare marcia, e in fretta.
E insistere e pestare i piedi perché via Padova abbia quello che merita e di cui ha bisogno, che non sono (solo) le forze dell’ordine, non sono (solo) le feste e animazioni nei cortili, non è (solo) la riqualificazione dei (pochi) edifici pubblici.
È la ricostruzione di legami, la cacciata della paura, la capacità di sperimentare e osare un intervento pubblico in un quartiere dove i problemi e i drammi privati sono ormai diventati questione di tutti.
E per questo non servono le forze dell’ordine, non servono lettere e appelli.
Serve la politica, quella vera.
Elena Comelli
Vi aspettiamo stasera

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